I biografi del Tiziano narrano che l'imperatore Carlo V, in uno dei suoi giorni di suprema tristezza, volle consultare Tiziano per la composizione di un dipinto, nel quale fossero rappresentate e la lotta religiosa di quel tempo e il suo stesso desiderio di riposo. Alla sua richiesta, il maestro rispose, proponendo di rappresentare la radiante corte del cielo, presieduta dalle tre persone della Trinità, con tutto il seguito di patriarchi, profeti, evangelisti, e la Vergine Maria in atto d'intercedere presso il figlio, inginocchiata fra le nubi ed attorniata da angeli, per i peccati della reale famiglia. Ma il quadro non fu mai eseguito, e il pittore tradì la sua libera natura solo con la parola.
E, nel regno della passione e del sentimento, neppure il Veronese esercita alcun impero. Egli è il lirico della pompa lussuriosa, l'interprete della bellezza irriflessiva, il glorificatore del colore e della luce, il mago di un'arte che esprimeva la ricchezza, la gloria, la potenza: la ricchezza con tutte le sue magnificenze e tutte le sue pompe, la potenza con tutte le sue energie e i suoi ardimenti, la gloria con tutte le sue effervescenze e i suoi entusiasmi. Sulle sue tele i colori ardono, divampano, guizzano, sfavillano, abbagliando il riguardante,
sì come il sol che si cela egli stesso
per troppa luce....
Solo a traverso la fantasia del Tintoretto passa qualche concetto profondamente triste, ma anch'egli è poi attratto dalle fulve bellezze veneziane, anche per lui il pensiero, il sentimento, la commozione si trasformano in una grazia plastica, in una eleganza materiale. E dietro a Paolo, a Tiziano, al Tintoretto, altri artefici giocondi: i Palma, Lorenzo Lotto, Bonifazio, Paris Bordone, lo Schiavone, il Pordenone, il Bassano e molti ancora, che creano una folla di figure ridenti, fra le gaiezze del cinquecento.
Nella donna essi non comprendevano che la venustà corporea. Un intenso profumo di sanità e di piacere spira dalle rosee carni femminili. Nè meno affascinanti le bellissime donne imprigionate le membra opulenti dai vestiti d'oro e di broccato.
Paolo Veronese ha dipinto nel Palazzo Ducale il trionfo di Venezia, coronata dalla Gloria, celebrata dalla Fama, circondata dalla Virtù, da Cerere e da Giunone, ammirata da donne ignude e discinte. Ebbene, o Signori, quando io guardo quella fiorente bellezza, che rappresenta Venezia, il pensiero corre pei sentieri fioriti di quel secolo, e rievoca (non vi paia irriverente il raffronto) rievoca la immagine di Veronica Franco, l'Aspasia veneziana, adulata dai potenti, riverita dagli uomini più illustri, amata da Enrico III, che portò con sè in Francia il ritratto della bella cortigiana, dipinto dal Tintoretto. E in vero la cortigiana diventa di questo tempo la musa dell'arte, ed ha i suoi storici, i suoi poeti, i suoi novellatori, i suoi pittori. Di tai donne a Venezia ce n'è un infinito numero, scrive il Bandello, e le chiamano con onesto vocabolo cortigiane. — Cesare Vecellio ce le descrive coi capelli arricciati, e la veste aperta sul seno, con monili d'oro e d'argento, catene d'oro, seriche vesti, cappe di velo di seta, pianelle bianche e calze ricamate. Sono molto simili alle nobili venetiane appresso coloro che non hanno la pratica della loro conditione, osserva Cesare Vecellio. Nelle loro case, splendenti di serici parati, di cuoi dorati, di arazzi, convenivano gli artisti. E, fra le congreghe liete, s'alzava molte volte acuta e squillante la risata maligna di Pietro Aretino.
Era una serenità imperturbabile, la vita non aveva per quegli uomini giocondi inquietudini e amarezze, tutto per essi era limpido e calmo. Le passioni umane, le ire, la curiosità non turbavano quelle fronti serene. Parecchi fra gli artefici, Tiziano e Paolo, ad esempio, pieni di speranze e di fantasie, venivano dal luogo natio alle lagune, ricambiando l'ospitalità cortese di Venezia, allietando la città dei più bei fiori dell'arte. Aveano amicizie di re, protezioni d'imperatori, ma non servirono mai ad altro che agli occhi delle belle donne. In amore non erano dell'avviso di Michelangelo, che cioè l'amore fosse un concetto di bellezza immaginata, ma cercavano il dolce oblìo d'ogni cura nella bellezza delle veneziane, che vivono nelle loro tele d'una vita immortale.
I problemi del mondo psichico non li tormentavano, non cercavano l'espressione intensa, ma l'atteggiamento elegante. Lasciavano libero il volo alla fantasia e si piacevano delle più strane licenze. Paolo poneva a canto il Redentore figure nude e licenziose, alla Santa Cena faceva intervenire uomini d'arme tedeschi, servitori che gettavano sangue dal naso, apostoli che si stuzzicavano i denti colla forchetta. Ciò parve irriverente al Sant'Uffizio, che diede una buona ramanzina al Veronese, il quale sorridendo rispose che egli dipingeva figure e non caratteri, che i pittori possono pigliarsi quella licentia che si pigliano i poeti e i matti, e che faceva i suoi quadri senza prendere tante cose in consideration.
— Fare i quadri senza prendere tante cose in consideration — ecco tutte le loro teoriche ed ecco tutta la loro forza. La lotta artistica non deve essere di parole, non di teorie, ma di opere e di esempio, se vuole il trionfo. Comparate la fecondità di quegli artefici alla stentata opera moderna, quei quadri immensi, compiuti con inarrivabile prestezza di concetto e di eseguimento, senza sforzo (la Gloria del paradiso del Tintoretto è una tela alta metri 7,50, larga 24,60), coi nostri quadretti di pochi palmi fatti, rifatti, torturati nell'ansia della ricerca. Noi nulla soddisfa oggi, essi di tutto si appagavano allora — noi raffinati e anemici, essi pieni di vigoria e di salute — noi dissolvitori, essi creatori — noi critici, essi artisti.