Altri, come Buonaccorso Pitti, già ci porgono l'immagine dell'uomo della Rinascenza, che non ha terraferma, e gira il mondo, rôso da una interna irrequietezza, e giuoca, e perde, traffica, e mescola la politica ai commerci e ai sollazzi, come un avventuriere del Settecento, come un Benvenuto Cellini, ma senza l'arte e con molto meno d'ingegno. Curioso, strano tipo questo Pitti che sembra morso dalla tarantola e mena le mani e sta a tu per tu con Carlo VI[69], con duchi e principi, che cavalca a Roma difilato per una scommessa con una giovane ond'era invaghito[70]; gran danzatore, giuocatore ostinato e prode e leal cavaliere, e in patria assunto agli uffici supremi[71]. Il Burckhardt lo chiama addirittura un precursore del Casanova, che viaggia continuamente in “qualità di mercante, di agente politico, di diplomatico e di giuocatore di professione„. “Guadagnò e perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, quali ad esempio, i Duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia„[72]. Questo il padre di quel Luca Pitti che in ricchezza e in magnificenza rivaleggiava coi Medici e voleva anche in ogni altra cosa andare a paro con Cosimo. I mercanti di panni divenuti banchieri e prestatori, aveano in quei viaggi, in quei traffichi, con quelle “fattorie„ sparse in varie città d'Europa, ne' più operosi centri del commercio, negli scali più frequentati, accumulato smisurate ricchezze, ed era venuto il tempo di godersele tranquillamente.

Già Fiorenza come una bella e prosperosa giovane “con buone parti„ e dote abbondante, cessate le gare fra i partiti che se la contendevano, all'ombra de' lauri medicei socchiudeva gli occhi abbarbagliati da tante sfoggiate magnificenze, onde, come femmina, s'era lasciata conquidere. Le famiglie, fatta la roba, voglion fondar la casata: si cercano i maritaggi più convenienti e si discutono quasi fossero alleanze. L'Alessandra Macinghi va a tutte le messe “in Santa Liperata„ e si pone “allato„ alle fanciulle, con cui vorrebbe per il suo Filippo far parentado, e con occhio di futura suocera le studia, le esamina, le spoglia, e ne scrive al figliuolo come se si trattasse d'un mercato di polledre e non d'un matrimonio. Egli è vero che la buona madonna Lessandra, per me troppo esaltata e lodata, dovette avere piuttosto cuor di mercante che di donna. Che mettesse le mani addosso alle schiave, lo confessava ella stessa senza ritegno; era costume, e fors'anche con quelle rôsse e tartare la pazienza doveva facilmente scappare. Ma di lei e della sua pietà troviamo un documento rivelatore. Si tratta di due vecchi, gli unici che rimanessero d'una famiglia di lavoratori di Pozzolatico: “ancora vive Piero e mona Cilia, tramendua infermi. Ho allogato il podere per quest'altr'anno, e me lo conviene mettere in ordine: e que' due vecchi se non muoiono, hanno andare accattare. Iddio provvegga„[73]. Nè crediate sia questo un tristo, ma fugace pensiero: è un fermo proposito. In una lettera scritta, pochi mesi dopo, nel dicembre del 1465, leggiamo: “Piero vive ancora„ a Mona Cilia Iddio aveva forse già provveduto “e bisogna che se n'esca, e andrà accattando.... Arà pazienza: che Iddio lo chiami a sè, se 'l meglio debb'essere!„[74] Col cuore, non si fa masserizia!

XI.

Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene, che non è minor virtù che il guadagnare. E credo — scrive nel suo Zibaldone, — che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non “turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia, la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo, e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi la nostra città poi che Firenze fu edificata.... per esser stato al tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. — E più lo ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva.

Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici, che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo Zibaldone del buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo.

Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai. Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo. Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande, in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto, sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi.

Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri, i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si accingevano agli armeggiamenti nuziali.

Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate. — Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica, dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in gran copia.

Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena, andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de' Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti, e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia corinzia di Via della Vigna.

Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto. Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina del quale leggesi il titolo Delle Antichità. Accanto ad esso alcune lettere dissigillate con l'indirizzo all' illustrissimo signor Giovanni Rucellai. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e condizioni quante sono state e sono in lui.