A Piero de' Medici molto si perdonerebbe in grazia di queste letterine, vergate con mano incerta dai cinque anni in poi, e dei primi latinucci che il maestro non correggeva. Nel 1476, appena cinquenne, scriveva di villa alla nonna Lucrezia Tornabuoni, con la petulanza d'un nipotino guastato dalle carezze. “Rimandateci parecchi fichi, chè quegli mi piacquono; dico di quelli brugiotti: et mandateci delle pesche col nocciolo, et delle altre cose che voi sapete che ci piacciono, zuccherini et berlingozzi ed altre coselline.„ Nel '78 avvertiva il padre d'aver “apparato già molti versi di Virgilio, e so quasi tutto il primo libro di Teodoro a mente, e parmi d'intenderlo„, cioè la grammatica greca di Teodoro Gaza (il Curtius, d'allora). “El maestro mi fa declinare et mi examina ogni dì.„
L'anno appresso scrive più franco: “Vorrei che Voi ci mandassi qualche segugio de' migliori che vi sono. Non altro. La brigata, ognuno si raccomanda a voi, massime io. Priegovi che vi guardate dalla moría, e che voi vi ricordiate di noi, perchè noi siamo piccini e abbiamo bisogno di voi.„ Un'altra volta, passato alcun tempo, cerca profittare del latino imparato per chiedere cose maggiori: “Quel cavallino non si vede. Nondum venit equulus ille, magnifice pater „ e già comincia a far da sopracciò ai fratellini. “Giuliano pensa a ridere.... la Lucrezia cuce, canta e legge; la Maddalena batte le capate pe' muri, ma senza farsi male; la Luisa dice già parecchie cosine; la Contessina fa un gran chiasso per tutta la casa.„ E appresso: “Io, che per dar più tono alla mia scrittura, ho scritto sempre in latino, non ho ancora ottenuto il cavallino che m'avete promesso; cosicchè tutti mi danno la baia.„ Ma il cavallino non veniva. “Al cavallino ho paura gli sia incolto qualche malanno; perchè, se fosse sano, so che me l'avreste già mandato, come m'avevate promesso.... Caso mai quello non possa venire, vi piaccia mandarne un altro.„ Finalmente arrivò, e un'ultima lettera, ch'è di ringraziamento e tutta piena di buone promesse, chiude quest'infantile carteggio.
Ma il curioso bozzetto domestico di vita medicea, che ha per isfondo la campagna e per scena una di quelle ville dove i Medici si riducevano per dimenticare le noie della politica, anche ci ricorda un altro aspetto della vita d'allora. Il desiderio della quiete campestre, l'amore per la villa, il sentimento della natura è una spiccata caratteristica degli uomini della Rinascenza. Già ne troviamo cenni in Ser Lapo Mazzei che usava andare a Grignano a far le faccende della ricolta e della vendemmia[77], accomodava da sè la vigna, e voleva in casa un po' di buon aceto. Buonaccorso Pitti, come il Petrarca, gode a noverare tutti gli alberi del suo giardino[78]; il Rucellai è più superbo della sua villa di Quaracchi, di cui ci porge una descrizione amorosa, che del suo palagio magnifico[79]; i trattatisti del Governo della famiglia[80] cantano le lodi della vita rustica: il Poliziano ne compone una prosetta da far voltare in latino a' discepoli[81], e nello sfondo di un paesaggio fiorito disegna l'immagine della bella Simonetta Cattaneo[82].
XIII.
Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e celebrar le bellezze della Nencia rusticana, e serbare nel fasto una sobrietà cittadina.
Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia, mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A' clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio. E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85].
Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio, concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempi vide nascere, o crescere più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi; dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia, servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86].
La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi, accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi, e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre del Palagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole.
Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco Filarete, araldo della Repubblica[88].
Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti anni non pagarono nessuna gravezza[89].