In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo s'informa, effigiavano, mentre infieriva l'umanismo mediceo, la donna. Alla quale, nelle realtà della vita e dell'esser suo, sola, io credo, di tali omaggi era accessibile e gustata e compresa quella parte che prendeva consistenza in figure consacrate dalla religione, sotto le vôlte maestose delle chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la luce misteriosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie, sugli affreschi e le tavole di Masaccio di Benozzo, de' Lippi e de' Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Cosimo, sui marmi e sui bronzi di Mino, di Donatello, del Ghiberti, del Verrocchio, del Pollaiuolo. Da quelle figure genuflesse alla preghiera, o nel sonno della morte distese, o atteggiate vive all'azione delle leggende evangeliche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a ciò che nel tempo è di qua e di là dal momento che si vive; congiungevansi i ricordi, gli affetti, le glorie umane della famiglia, con le speranze immortali. E questa poesia, sentita nel cuore, sapeva anche trovar forma nella parola, la forma paesana e casalinga della Lauda e della sacra Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia nata dei Tanini, moglie e cognata di poeti, in famiglia che tutti erano cosa de' Medici, potè con madonna Lucrezia madre del magnifico Lorenzo conferire le sue ascetiche ispirazioni nell'atto di fermarle in quello stampo fra drammatico ed epico, pel quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pienezza all'istinto plastico della fantasia popolare; e madonna Lucrezia, fra un canto e l'altro che Luigi Pulci le recitasse del suo Morgante, e altresì fra l'una e l'altra delle provvide cure per le quali casa Medici le dovè tanto, scriveva senza pretensione di letterata le religiose canzonette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternari le istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fiesolani e di Careggi i suoi nipotini.

Gentili donne non letterate, nello stretto senso, professionale e (con vostra buona grazia, e senza che troppo debba rincrescervene) non femminile, della parola; le quali serbando nette d'erudizione le mani delicate, coglievano dall'arte il fior dell'affetto, e pur conversando coi dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costantinopoli aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel vestire delle forme, che egli intende e crea, il pensiero e l'affetto; dalla realtà, quale il popolo per linea diritta la vede, cavar fuori e animare il fantasma. Le giovinette istruite nel latino e nel greco, non difficile trovarle nelle case principesche di Lombardia e di Romagna: era una, fra le altre, delle splendidezze cortigiane di quelle regioni. Ma i grandi cittadini della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata, e molto più i Medici che a combattere quell'oligarchia, e sulle ambizioni di lei insediare la propria, usavano artifizi democratici, rimasero (dico gli Albizzi, i Ricci, gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i Medici), anche attraverso agli splendori dell'umanismo, principalmente e visibilmente mercanti: e la donna, nelle loro case, fu sempre e soprattutto la donna di grandi mercanti, donna massaia, avvisata, e più che della libreria e del medagliere curatrice dell'azienda domestica, o, se volete anco, della credenza, del celliere (com'allora dicevasi), della colombaia, del pollaio.

Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha lasciato libri), ebbe Firenze in quel secolo, ma non da alcune delle grandi famiglie, sibbene nella figliuola d'un Cancelliere della Repubblica, venuto, come tanti altri, dal contado alla città, e qui arricchitosi e fatta fortuna. Ella fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala: alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il Calcondila, furon maestri; un altro, venuto in Italia umanista e soldato, Michele Tarcaniota Marullo, fu suo marito; e spasimato di lei il Poliziano (nonostante tutti i canonicati e priorati e pievanie di cui poco degnamente lo rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo collo torto e l'occhio losco, e il naso sformato e gli anni ormai quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei nemico feroce e con terribili giambi laceratore del marito e del padre. Non vi meraviglierete che una passione amorosa fra persone di questo calibro si sfoghi in greco. Si rappresenta nientemeno che una tragedia di Sofocle, l' Elettra: protagonista, Alessandra Scala; cronista teatrale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione, ahimè, non corrisposta, il povero Poliziano in sei distici di squisita fattura, che vi traduco liberamente: “Una mirabile Elettra, la giovinetta Alessandra: mirabile nel pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene, nella intonazione vera della voce, nel curare l'artificio della scena, nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo, il gesto, il movimento; nel conservare al linguaggio della passione il decoro, nel suscitare col volto in lacrime la pietà degli spettatori. Tutti ne fummo percossi; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella, stringendo al seno Oreste, gli dice: — T'ho io fra le braccia? — ed egli: — Oh così tu m'abbia sempre!„ Un passo ancora, ossia un altro epigramma greco, e il critico drammatico, l'ammiratore entusiasta, si scuopre amante. “Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che sempre cercavo; l'amor mio sospirato, quella che vedevo ne' sogni: una fanciulla d'integra bellezza, di adornezza non accattata ma naturale; una fanciulla, culta di greco e di latino, eccellente nella danza, eccellente nella musica; de' cui pregi, velati dalla modestia, contendono a gara le Grazie. L'ho trovata; ma a che pro, se appena una volta l'anno posso io, che di lei ardo, vederla?„ Ma l'Alessandra era in grado, non solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in greco rispondere, e risponder a così: “Nulla di più bello, che la lode d'un valentuomo; ed oh qual gloria a me dalla lode tua! Quanto ai tuoi sogni, bada, interpretali bene: tu non puoi aver trovato in me quanto dici. È sentenza del divino Omero: — Avvicina un Dio i consimili. — Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocchè tu sei come il Danubio, che da occidente a mezzodì, e poi di nuovo verse oriente, diffonde largo corso di acque. Glorioso filologo, tu discacci le tenebre dai monumenti di più lingue: greca, romana, ebraica, etrusca. Ercole dell'erudizione sei a gara chiamato, per le tue fatiche intorno a testi di astronomia, di fisica, di aritmetica, di poesia, di leggi, di medicina. I miei scritti di fanciulla son cosette leggiere, come i fiori e la rugiada. Io accanto a te, perchè so un poco di lettere! Ma sarebbe com'a dire, secondo il proverbio, la zanzara accanto all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due; la gatta accanto a Minerva, per via degli occhi cerulei.„ Che ve ne pare? Fu mai con maggior dottrina, o con più squisita crudeltà, rimesso al suo posto un adoratore stagionato? Non credete voi che messer Angelo abbia questa volta dovuto imprecare alle similitudini, alle perifrasi, alle antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale retorico? mandare al diavolo i proverbi greci, e magari anche le sentenze del divino Omero? Persiste tuttavia, come pur troppo avviene, le più volte in simili casi; e persiste, il che è assai meno frequente, in greco: “Tu mi mandi, o Sandra, le pallide violammamole: e io nell'amore di te impallidisco e mi struggo. Fiori e foglie, imagine gentile della tua primavera; ma il dolce frutto io vorrei.„ Al che Alessandra non risponde; anzi: “Nè vederti, o Alessandra, mi è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno, due versi di risposta.„ E finalmente (del buon gusto poi di questa pensata lascio a Voi, Signore e Signorine, il giudizio): “O giovinetta, gradisci per la tua chioma questo pettine d'osso; così potessi io avere i capelli del tuo bel capo.„ I capelli d'Alessandra Scala come già quelli dell'Albiera sul feretro che la portava in San Pier Maggiore, furono (questa credo non ve l'aspettereste) recisi più tardi sulle soglie di quello stesso convento, dove, rimasta vedova del suo greco, ella si fece monaca benedettina, e vi morì giovanissima nel 1506.

III.

Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita: possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare, la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva, sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana non pure sino alle Grazie d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino sull' Urania del Manzoni che precede gl' Inni sacri e i Promessi Sposi. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto, una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino. E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba (un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito, che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al suo disperato dolore. La famosa brigata delle gentili donne fiorentine, che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia, e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna, sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata, non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una Battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie, le giovani schierate sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle prose di nostra lingua, Le bellezze delle donne; le quali bellezze don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè medesime.

IV.

Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra il XIV e il XVI secolo. Fantasticata sui libri, e in libri foggiata, essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, campeggia. Meglio dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie, delle giostre, viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba, la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico, in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli, d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della santa gesta de' Paladini: “le donne (ha cantato Dante), le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi, che ne invogliava amore e cortesia„.

Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoi Ricordi: “Per eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa Croce„; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: “e benchè e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un “Marte per cimiero.„ Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti: con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli d'oro di Francia e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone; e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo; quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra, vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato; ma la dama di Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse da gioiellare, le tems revient. E molto lontano da Firenze, in Roma, nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la madre dei suoi figliuoli. “Lorenzo è molto occupato in questa giostra, chè già da tempo non ò avuto sue lettere„; ha detto ella, la Clarice, un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui; ed ora, appena corrono a farle sapere “come Lorenzo à fatto la giostra, e n'è uscito sano e con grandissimo onore„, e che “s'è aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire„, e che “giammai fu paladino facessi quello à fatto Sua Magnificenza„, risponde soavemente, “Ora s'è fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma questa quaresima„. E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto “levare panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca„, che crede quel fidato Francesco Tornabuoni “non istarà punto male„; e così si propongono, madre e figliuola, di “andare vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per Lorenzo„; ma la madre insiste ch'e' venga, perchè “vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate a casa; la quale ogni giorno migliora„: della qual locuzione figurata non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al mercante magnifico.

Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa Medici dal contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, per citar qualche cifra a un centocinquanta vitelle, paia di capponi paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti, e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della sposa (“cinquanta giovani da danzare„ dice l'informazione), e le donne di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i “giovani che danzavano„, e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina, quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri “a cavallo, in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli„ entrava fra nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina del martedì, quando “andò a udire messa a San Lorenzo„, con in mano uno de' mille doni nuziali, “uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso, scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltramarino, coverto di cristallo e d'ariento lavorato„; Clarice Orsini, trasportata, avvolta, sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia, di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata, sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima; regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno; potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non che di Firenze, d'Italia.

E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i suoi sentimenti di moglie e di madre, ella ripugnò sin da principio, e ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale ella giunse perfino a cacciare di casa, preferisse di vedersi intorno ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto, nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi figlioletti, è viva e parlante figura; ma non saprei tuttavia credere, che giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi, quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito del suo fragore gioioso un'intera notte del carneval fiorentino.