Nè con l'infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sempre più gravemente incombere sulla libertà politica e del pensiero la domestica e la straniera tirannide, manca ne' chiostri, alla pietà verso chi rimane nel mondo, il cuor della donna: o l'abbiano esse lasciato, o esso il mondo le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e fanno suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero, il grande liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma presso alla villa del Gioiello, che oggi nel suo nome ci è sacra, vegliano su lui, dal convento di San Matteo, l'affetto e la preghiera d'una santa creatura, che data a lui dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle fasce, destinata all'espiazione; della sua Virginia, che egli ha voluto sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non potendo di persona, con le Lettere nelle quali quella cara anima è sopravvissuta anche a noi: e si accuora de' suoi dolori, e trepida delle sue malattie; e si prostra reverente al suo divino intelletto che “penetra i cieli„; e in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole intravvegga, di là dal “breve e oscuro inverno della vita presente, la primavera dell'eternità„; e s'addossa ella le penitenze spirituali impostegli dal Sant'Ufizio; e al ricevere un suo libro, o al sapere di onoranze resegli, esulta; e vorrebb'essere “in una carcere assai più stretta di quella in che si trova„, per far libero lui; nè le duole di esser monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non potere assisterlo; e dovendo come le altre monache scegliere fra i Santi il Santo “suo devoto„, non altri sa scegliere, con sublime profanità di figliuola, che il padre suo, il padre che prega Dio le sia conservato, “perchè dopo di lui non mi resta altro bene nel mondo„. E quando cotesto martirio di amor filiale incarcerato ha il suo termine, e a trentatrè anni ella muore, il povero glorioso vecchio sentirà spezzato il più caro vincolo che ancora lo congiungesse col mondo; più dura e crudele gli pesa ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e all'avvenire dell'umanità: e di lì a breve, cieco, infermo, degnato di concessioni umilianti come a colpevole ravveduto, fattogli elemosina di licenza e di permessi come a tollerato dai potenti della terra, egli che ha rivelato i misteri del cielo, nel presentire la morte: “Mi sento„ esclama “continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola„. Nè so se la donna abbia mai scritta nella propria storia una pagina che valga cotesto grido paterno, uscito dal cuore di Galileo.

VII.

Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi infausti della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta, il sepolcro si è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da morte. E la donna italiana, così da Firenze come da ogni altra città e villaggio e borgata della patria che è nostra, ha dato a quel risorgimento i dolori del sacrificio e del martirio, le ansietà delle trepidanti speranze, il pensiero e il lavoro degli uomini ch'ella ha amato e ispirato, la vita propria, il sangue de' suoi figliuoli; da Eleonora Fonseca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla madre dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno la Guacci, la Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni, la Paladini, la Percoto, la Milli, la Mancini, la Fusinato. O madri toscane, o spose, o sorelle, o figliuole, che da Curtatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le sante battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentildonne animose, o buone popolane, della nostra Firenze; la tradizione con le forti donne dell'antica nostra istoria è per voi ricongiunta.

Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli oliveti ombreggiavano una tomba recente, è disceso un feretro, che da quella tomba trasferiva, così volendo la nazione, in Santa Croce, e restituiva al sepolcro degli avi suoi, de' Priori e Gonfalonieri della nostra Repubblica, la salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui persona, il 27 aprile di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al suo antico signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba gloriosamente vuota, è rimasta una Donna: che tanto seppe, tanto potè, nei pensieri e negli affetti di lui; che lo animò, lo aiutò, alle onorate fatiche, ne' dubbi lo consigliò, gli confortò i patimenti, gli consolò le ingiustizie, gli allietò i trionfi. Storia, che in tutti i paesi civili, in tutte l'età, è la storia vostra, o Signore: che compendia i diritti e i doveri vostri verso le due grandi non distruggibili società, delle quali voi siete l'anima immortale: la famiglia e la patria.

IL POLIZIANO E L'UMANESIMO

DI

GUIDO MAZZONI.

Signore e signori,

Presentarmi a voi, che avete fama meritata di giudici eletti, a voi che pur ne' giorni scorsi udiste Adolfo Bartoli e udirete dopo me altri che io reputo maestri miei, per discorrere del Poliziano e dell'Umanesimo, argomento grave e forse nell'ampiezza sua meno adatto alle strette d'una lettura, sembra audace a me stesso: ma non si conveniva a me fiorentino negar l'opera mia in una impresa di cui Firenze si compiace, come è questa delle pubbliche letture; dirò più schietto, non mi diè l'animo di rifiutare l'onore che mi si fece invitandomi qui. Di che a ottenere più agevole indulgenza, tacerò ogni altro preambolo. Ma prima consentite ch'io vi preghi a unirvi meco in un desiderio di tutti gli studiosi. Isidoro Del Lungo ha da mantenere certa sua promessa: ha da darci quella vita del Poliziano della quale pubblicò saggi per dottrina e per critica eccellenti; promessa giovanile, cui stima sottrarsi affermandola invecchiata con lui; promessa di galantuomo e valente, che vuole essere mantenuta, voi gli rispondete con me. A un libro del Del Lungo non si rinuncia così per fretta; e troppo, nel tornare per voi sul Poliziano, troppo ho risentito quel che importi averne o no la guida sicura.

I.