Quando nel 1494, due anni dopo il suo Lorenzo, il Poliziano morì, che non contava ancora quarantun anno, l'umanesimo trionfava negli studii, nell'arte, e, quel che più importa, nella coscienza italiana. Eccone, per molti, un esempio men noto. A Reggio d'Emilia, negli ultimi mesi della vita del Poliziano, corse voce fosse sottratto, o che presto sarebbe, dal convento de' Carmelitani, un codice ove un frate umanista, Michele Ferrarmi, aveva raccolte quante più iscrizioni antiche gli erano capitate in lunghi anni di ricerche. La città si commuove; gli anziani si adunano e fan provvisione, si mandino al convento tre deputati i quali parlino col priore e diano opera a che il prezioso manoscritto sia incatenato e talmente affisso nella libreria del convento che mai non possa esserne nè tratto nè sottratto, ma resti (son le parole della deliberazione) quasi un altro libro delle Pandette nella città di Reggio perpetuamente. I deputati andarono; i frati si scusarono e promisero; Reggio vanta ancora nella sua biblioteca il codice del Ferrarini.

Tali gli effetti dell'umanesimo. Del quale io, parlandovi d'Angelo Poliziano, non potevo e non dovevo colorire il quadro compiuto che la serie di queste letture vi andrà troppo meglio a mano a mano dipingendo. Ma non vi dissimulo che il Poliziano stesso mi avrebbe data occasione a farvi almeno intravedere anche il rovescio della medaglia, la petulanza del chiedere, i costumi facili, le invidie, le insidie, i furori letterati, se avessi stimato utile ed opportuno, dentro lo spazio d'un'ora, fermarmi su i vizii e su i malanni dell'uomo, e del tempo suo, piuttosto che sulla virtù di quella mente e sulla importanza del rifiorire degli studi classici. Che se poi non fossi riuscito neppure in ciò, mi valga uno di quelli epigrammi che il Poliziano si compiaceva aguzzare nelle sue lettere: lo scrisse a Gian Pico, un giorno che nel far lezione l'avea veduto tra gli scolari; ed io lo parafraso ed estendo a voi tutti: “Per farmi onore vi siete messi a sedere qui innanzi a me, quasi mi foste scolari. Non v'aspettate la mia gratitudine. Se la lettura v'è piaciuta, sta a voi l'esserne grati a me; se poi la non v'è piaciuta, oh non ci mancherebbe altro che vi dovessi esser grato io!„

LA LIRICA DEL RINASCIMENTO

DI

ENRICO NENCIONI.

I.

La più grande lirica del Rinascimento, è la poesia che emana da quell'epoca stessa.

Epoca unica e veramente maravigliosa! I suoi grandi personaggi non vivono isolati, come quelli di altre epoche insigni; ma respirano in un ambiente medesimo, e hanno, dirò così, un'a ria di famiglia che ce li fa subito riconoscere. La gioventù, la curiosità scientifica, l'aspirazione, ne sono le più spiccate caratteristiche. Quegli umanisti non sono dei dotti pedanti, ma degli editori entusiasti. Quegli eruditi, come Pico della Mirandola, son dei poeti. È un'epoca aurorale, in cui tutto si intravede in una rosea luce di gioventù e di poesia. Pensate! Lorenzo, il Savonarola, Pico, Brunellesco, Leonardo, Guttemberg, Colombo, Copernico! — Tutto il Mondo moderno è racchiuso in questi gran nomi. Si scuopre il Cielo e la Terra, gli astri e l'America, la stampa e l'Oriente. Si commenta Platone, si stampa Omero e Virgilio. Si rivela e s'adora il volto sempre giovine e raggiante dell'antichità, che si credea tanto vecchia! In un'estasi mistica e estetica, si tenta di conciliare i due grandi antagonismi, Paganesimo e Cristianesimo. Fioriscono di vita nuova la geografia, la storia naturale, la meccanica, la medicina, l'anatomia, la pedagogia. Un Italiano completa la Terra: un Polacco scuopre l'infinito nel Cielo. Savonarola attesta la coscienza morale e la libertà: Leonardo, la universale parentela della Natura. Simpatia umana è il motto sacro del Rinascimento — prima che esso degeneri in Accademicismo e precipiti nel Barocchismo — per poi tornare alle sue grandi origini del secolo XIV e XV, e dar la mano al secolo XVIII e al secolo nostro.

II.

Esaminando le opere dei principali lirici del Quattrocento, vediamo che la poesia idillica è la predominante: poi vien quella amorosa, sensuale o elegiaca: poi la popolare, sacra o profana. Vediamo che il Pulci nella sua stravagante e possente fantasia pare un'eco medievole in mezzo al Rinascimento — che il Poliziano è il più essenzialmente greco-latino, e il più artista — che il Magnifico ha più di tutti il senso della realtà, e il Boiardo quello della poesia e della bellezza. In tutti c'è, più o meno, l'intendimento e l'attitudine a rappresentare nel verso la natura esteriore. Sotto un certo aspetto, son tutti poeti naturalisti: ma il metodo descrittivo varia nei diversi poeti. Lorenzo, come in pittura il Ghirlandaio, trascrive la immagine esteriore delle cose, con una grafica precisione. Il Boiardo e il Poliziano, vedono nella figura esteriore qualche altra cosa; e, come il Botticelli, sono immaginosi più che drammatici.