Le caccie, e corni, valletti e scudieri.

Lungi da me l'idea di parlarvi, sia pure rapidissimamente, di ciò che da un lato il ciclo carolingio, dall'altro il brettone, produssero presso di noi nel lungo periodo che precede al mio soggetto, ossia fin verso il declinare del quattrocento. Questo solo dirò, che il brettone riuscì poco prolifico, e si limitò quasi sempre a tradurre e verseggiare. Il carolingio invece fu di una fecondità conigliesca, e mise alla luce una serie interminabile di romanzi in prosa e in verso, attraenti dapprima, fino a che in generale si contentavano essi pure di ripetere in forma schietta ed ingenua narrazioni antiche, ma via via più stucchevoli. Ci si domanda come la gente del secolo XV — ed anche del XVI — potesse trovar diletto nel leggere o sentir recitare casi tanto uniformi, narrati prolissamente e senza grazia. Ci si domanda: ma quando si vede un fanciullo trastullarsi ore ed ore con quattro fuscellini, e gli stessi pettegolezzi far le spese della conversazione universale per una intera settimana, e i cuori di migliaia e migliaia di persone (osservo, non critico) stare in ansia per veder risolto il gran problema se quattro zampe di cavallo arriveranno alla mèta un minuto terzo prima di altre quattro, e rimanersene per questo ore ed ore sotto la sferza solare, si conchiude che per divertir l'uomo, grande e piccino, molto poco può essere sufficiente. Vero che non ci vuol troppo più nemmeno per annoiarlo.

Questa nostra letteratura pareva giunta alla sera — e che squallida sera! — senza aver avuto un vero meriggio; quando le nubi si squarciarono e il sole prese a sfolgoreggiare. Esso, par bene, ebbe prima a mostrarsi a Firenze, dove, secondo le conclusioni di studi recenti, il Morgante di quella bizzarra creatura che fu Luigi Pulci era già composto per tre quarti nel 1470. Il valore di questo poema è tuttavia più scarso che non si pensasse in addietro. D'invenzione non è da parlare che per pochi episodii, dacchè del resto l'amico del Magnifico non fece oramai che rintonacare le mura rustiche elevate da un rimatore popolaresco, sovrapponendovi un tetto costrutto con travi e tegoli di cui possiamo determinare la provenienza. Il pregio maggiore dell'opera sta nella vivacità, davvero mirabile, dello stile e della lingua, e nel riso che guizza per ogni dove. Ma insomma, col Pulci, il romanzo popolare carolingio si riveste di nuovi panni, si raggentilisce, si abbandona alla gaiezza, senza punto mutare sostanzialmente. I cantambanchi che in San Martino ed altrove raccoglievano dattorno a sè un uditorio composto sopratutto di bottegai e di artefici, potevano ancora riconoscere in messer Luigi uno dei loro. Che le cose seguissero a questa maniera nella democratica Firenze, è un fatto più che naturale.

E il Boiardo? — Qui la scena cambia. Ma prima di vedere il come, bisogna pure che noi si faccia un po' d'amicizia col nostro personaggio.

Matteo Maria Boiardo nasceva di una famiglia feudale che nel 1423 aveva ceduto al marchese Niccolò d'Este l'avita signoria di Rubiera, tra Modena e Reggio, ricevendone in cambio la vicina Scandiano ed altre ville, con titolo di contea. Venne al mondo nel 1434, o giù di lì; verosimilmente in Scandiano stessa, residenza abituale de' suoi. Perdette il padre nel 1452; il nonno, Feltrino — uomo insigne — nel 1455; la nonna due anni appresso; e si trovò così arbitro di sè medesimo in età affatto giovanile. La vita sua, nota a noi in modo per verità manchevolissimo, trascorse per la massima parte tra Scandiano, Reggio, Ferrara. Caro agli Estensi, com'era stato loro carissimo l'avolo, accompagnò nel 1471 Borso nel viaggio intrapreso a Roma, quando Paolo II gli concedette anche per Ferrara quel titolo di duca, che l'imperatore Federico gli aveva conferito già da oramai vent'anni per Modena e Reggio. Sotto Ercole poi, succeduto poco appresso al fratello, fu nel 1481 e nel 1486 al governo di Modena. E più lungamente ebbe quello di Reggio: chè, lasciando stare qualcosa che s'afferma e non si prova per un tempo antecedente, rimase in ufficio dal 1487, o al più tardi dal principio del 1488, fino alla morte, seguita nella notte dal 20 al 21 dicembre del 1494.

Educato senza dubbio alcuno all'esercizio delle armi fin dagli anni suoi teneri, Matteo Maria ebbe scarse occasioni di menar per davvero le mani. Qualche parte è verosimile che prendesse alla difesa contro i Veneziani, che nel 1482 mossero ad Ercole una fiera guerra, durata fino al 1484. Come reggitore, certe voci, posteriori alquanto, lo accusano di fiacchezza; e non dirò che l'accusa sia sbugiardata trionfalmente in tutto e per tutto dall'esame di quel tanto che ci è rimasto del suo carteggio col duca. Certo l'animo suo era profondamente inclinato alla benevolenza. Non meno che a questa tuttavia alla giustizia. E il carteggio dà insieme chiaramente a vedere com'egli fosse largamente dotato di senno pratico, e rotto agli affari.

Agli uffici pubblici par che Matteo fosse spinto da ragioni private; probabilmente da strettezze pecuniarie, ben conciliabili anche colla signoria di Scandiano, toccata propriamente a lui nelle divisioni con un cugino. Ma occupazione più gradita che le faccende amministrative, conditegli spesso di fiele da altri ufficiali, gli riuscivano di sicuro lo studio e la poesia.

Tre libri di liriche amorose contengono soprattutto gli sfoghi della sua passione giovanile per una diva reggiana, che non tardò a mostrarsi maestra di lusinghe, simulatrice, volubile, capricciosa. Grazie alla provvida costumanza degli acrostici, ne conosciamo nome e cognome: si chiamava Antonia Caprara. Ma Antonia non domina sola qua dentro. Buon numero di poesie, scritte durante il viaggio a Roma del 1471, inclino a credere indirizzate da Matteo a Taddea Gonzaga dei conti di Novellara, divenuta l'anno dopo sua moglie. Ed altre rivendicazioni dovremmo ammettere (nè dico ciò senza ragioni specifiche), se alle ossa che furono donne gentili e leggiadre negli Stati estensi durante la seconda metà del quattrocento fosse consentito di venir qui a far valere i loro diritti. Chè l'amore fu il sentimento predominante nel Boiardo. E sia poi stata fatta eseguire da lui medesimo, oppure invece da altri in suo onore, la medaglia che nel 1490, quando egli s'avvicinava alla sessantina, ce ne tramandò — e autentiche — le fattezze, il suo rovescio, rappresentante Vulcano intento a foggiare sull'incudine strali per Cupido, lì presente con Venere, e il motto virgiliano che accompagna la rappresentazione, Amor vincit omnia, ci rendono davvero secondo verità i lineamenti interni del Conte di Scandiano. Quel motto — si badi — in una forma o in un'altra, noi lo raccogliamo direttamente dalle sue labbra non so quante volte.

Il canzoniere del Boiardo è uno dei più notevoli del secolo XV; e io mi domando, se mai, non ostante una certa povertà di tavolozza, non fosse il più notevole addirittura. Attrae e colpisce la sincerità della passione, di cui noi seguiamo agevolmente la storia nelle sue vicende liete e tormentose; l'efficacia e la bella semplicità delle espressioni via via che essa riceve; la vivezza e soavità delle immagini; la delicata sensitività per la natura; l'armonia squisita dei congegni ritmici. Se i convenzionalismi e le ricercatezze non mancano (specialmente, badiamo, nel libro terzo, forse ordinato da altri che dal poeta), quanto difficilmente potrebber mancare dopo l'esempio del Petrarca! Ma l'ispirazione petrarchesca, che qui pure può assai, non soffoca nient'affatto l'originalità. Tra Antonia e Laura, tra il modo di sentire di Matteo e quello di messer Francesco, c'è una differenza profonda. Quasi più che a Laura direi che Antonia rassomigli alla Lesbia di Catullo; ma le assomiglia come una donna somiglia ad un'altra donna, poichè essa è propriamente persona viva. Il poeta, trascorsa la prima fase dell'estasi, ce la rappresenta colle sue pecche; e in causa di lei accusa, più spesso e più acerbamente che il Petrarca non faccia, tutto il sesso femminile:

Fede non più: non più v'è de honor cura