Questi fan meglio se quei fecer bene;
Onde assai più di lor fieno i Gelosi
Nei secoli avvenir sempre famosi.
Era dunque giunta allora a Firenze nientemeno che la Compagnia dei Gelosi! A quanti di voi questo nome riesce indifferente, e parrà fors'anco ridicolo! Eppure, codesta fu la Compagnia più famosa di quante per due secoli recitarono in Italia e fuori la Commedia dell'arte; ed ebbe per insegna un Giano bifronte col motto che dava ragione del suo nome:
Virtù, fama ed onor ne fêr Gelosi.
“Trappola mio,„ — esclamava in un suo dialogo chine fu per molti anni il condottiero — “di quelle compagnie non se ne trovano più; e ciò sia detto con pace di quelle che hanno solamente tre o quattro parti buone e l'altre sono de pochissimo, valore, e non corrispondono alle principali, come facevano tutte le parti di quella famosa compagnia, le quali erano tutte singolari. Insomma ella fu tale che pose termine alla drammatica arte, oltre del quale non può varcare niuna moderna compagnia de comici„, e mostrò “a i comici venturi il vero modo di comporre e recitar commedie, tragicomedie, tragedie, pastorali, intermedii apparenti, et altre inventioni rappresentative, come generalmente si veggono nelle scene„.
Com'è tristamente efimera la gloria di chi valse per un momento a scuotere la nostra anima o ad allietare la nostra vita, ricreandone sulla scena una immaginaria e dando corpo e voce a' fantasimi che parevan fiochi nelle pagine dei poeti! Che resta ora più di quell'arte onde Gustavo Modena rapiva ed inebbriava i nostri padri? E pensate che nella storia i Gelosi lasciarono una traccia più profonda che non il grande attore del nostro secolo; anche per questo, che la Compagnia del Modena rassomigliò sempre a una monarchia assoluta, mentre quella dei Gelosi fu come un consesso di pari. Povero Andreini! che amara delusione lo aspetterebbe se potesse levare il capo dal suo sepolcro mantovano, egli che nel suo stile enfatico, espressione però sincera del suo entusiasmo, avea vaticinato che il grido dei Gelosi non avrebbe mai vista “l'ultima notte!„
V.
Purtroppo a noi non è giunta che l'eco degli applausi; poichè il meglio della Commedia dell'arte, ciò che veramente deliziava gli ascoltatori, è stato portato via, com'un mondan rumore, da un fiato di vento! Del dramma non era tracciata che la sceneggiatura, lo scenario; il resto era affidato all'improvvisazione dei comici. E il resto era tutto. Gl'intrecci per lo più si desumevan da novelle, o addirittura dalle commedie sostenute e perfin dalle classiche; e invece il dialogo ogni attore lo improvvisava ogni volta, così che riusciva necessariamente diverso pur da una replica all'altra della stessa commedia. Una parola, un accento, un gesto dell'interlocutore poteva suggerire un motto o un'uscita nuova ed inaspettata; un avvenimento della giornata, la presenza in teatro d'un signore amico o d'una dama.... che non fosse una dama, poteva ispirare lì per lì un'allusione piccante; l'esser di buono o di cattivo umore poteva all'attore accendere o smorzare l'estro. Ogni attore era un poeta estemporaneo; anzi, soggiunge il comico Beltrame, al secolo Nicolò Barbieri, “i comici italiani partecipano del compositore e del rappresentante, poi che inventano favole, e molti le adornano con discorsi partoriti da' loro talenti„. Perciò la Commedia dell'arte non fu possibile che in Italia. E in verità non fu chiamata dell'arte per significare che la fosse la perfetta tra le commedie, il nec plus ultra dell'arte, come affermò Maurice Sand, bensì perchè, a differenza della commedia scritta, essa non era e non poteva esser rappresentata che da attori di mestiere.
Non ce ne restano che gli scenari, lo scheletro: “il più divin s'invola!„ E innanzi a quelle mute liste di attori, a quelle scarne indicazioni d'un'azione che s'intreccia e si snoda, proviamo quel senso di malinconia che faceva esclamare al poeta contemplante l'effigie sepolcrale d'una bella donna: