Il Sarpi ha chiamato il Concilio di Trento l' Iliade del suo secolo, denominazione che può avere molti significati e gli è stata molto rimproverata. Considerandolo soltanto sotto l'aspetto umano e storico, mi pare però che sì per la lunga durata, come per l'importanza e le strane vicende, quella denominazione non gli disconvenga del tutto. Si protrasse per quasi ventidue anni, si adunò a intervalli per diciotto anni tre volte, senza contare la sua momentanea traslazione a Bologna nel 1547, fu interrotto da paci, da tregue, da guerre, e quando, dopo inconciliabili discordie fra i Padri stessi del Concilio, parve perduta ogni speranza di tenerlo unito e tirarlo a conclusione, fu appunto allora, che con uno sforzo eroico ed un'arte sopraffina approdò. Dopo di che ognuno giudicò dei risultamenti del Concilio secondo le proprie speranze, le proprie tendenze intellettuali e le proprie aspirazioni religiose, positive o negative che fossero.

A me basta dire che superato il disgusto del veder precorsi in quell'assemblea tutti gli artifizi, i lacciuoli, i giuochetti, i retroscena, le divisioni per gruppi e sottogruppi, le comparse che votano, le infornate che spostano le maggioranze, tutte le macchinette insomma del parlamentarismo moderno, e giudicando il fatto con criterio umano, ma pure ammettendo che i più dei membri del Concilio erano sinceri, dotti e di tutto cuore aspiranti ad una seria riforma della Chiesa, due forze mi sembrano aver prevaluto a far riescire il Concilio come riescì: i Gesuiti, tutta colpa o tutto merito dei quali è la inespugnabile rigidità dottrinale, in cui il Concilio si contenne, e la Corte di Roma, la cui finissima arte diplomatica rese essa sola possibile fra tante difficoltà politiche, che ad ogni poco l'interrompevano, la continuazione e la fine del Concilio.

Corrispose esso alle speranze degli spiriti più temperati fra i dissidenti e dei più elevati fra i Cattolici? Per me dico: no. Altri dirà: sì; e saranno due convinzioni egualmente rispettabili. Certo è che i risultamenti immediati, se si guarda soltanto al fine che ebbe Roma nel riunirlo, furono grandissimi. Determinato cioè per sempre il dogma Cattolico, ristabilita la gerarchia e la disciplina ecclesiastica, tolta la confusione d'idee, che fra gli stessi Cattolici regnava prima del Concilio, arrestate le tendenze centrifughe nazionali, l'autorità Papale riconosciuta superiore ai Concilii e grandemente aumentata, il clero inferiore sottomesso ai Vescovi, scartata ogni novità nel culto, dato al Papato un nuovo carattere, diversissimo da quello che ebbe nel Medio Evo e nel Rinascimento, migliorato coi Seminari il valor morale e intellettuale del clero, disciplinati i Conventi, imbrigliata la stampa coll' Indice.

In tutto questo è il bene e il male del Concilio. Quanto all'Italia, la sua servitù politica era già piena, allorchè il Concilio incominciò. Le si aggiunse ora la piena servitù del pensiero e della coscienza, con tutti i guai che ne conseguono alla civiltà, al carattere ed alla vita d'un popolo, e Roma ebbe fidi e terribili strumenti a quest'opera l'Inquisizione ed i Gesuiti.

Dei cinque Papi, che regnarono durante il Concilio di Trento, tre soli meritano particolare attenzione, Paolo III, Paolo IV e Pio IV. Degli altri due, Giulio III rappresenta una parentesi volgare nella Reazione Cattolica, e Marcello II, che regnò tre settimane, non potè se non dare il suo nome alla famosa Messa, con cui tra le prescrizioni e i divieti del Concilio il Palestrina riescì (e fu un grande trionfo) a portar fuori salva la musica sacra.

Ma notate bene, o signore, a conferma di quanto io vi diceva, che non due Papi zelanti, ma due Papi politici, Paolo III e Pio IV, sono quelli che iniziano e conducono a fine il Concilio.

Paolo IV, che sta fra i due, il fondatore dei Teatini e quegli che da cardinale persuase Paolo III a trapiantare in Roma l'Inquisizione Spagnuola, era troppo fiero e troppo invadente personaggio da sopportare l'aiuto del Concilio, sebbene fosse stato il leader della sua prima sessione, e non sapendo piegarsi neppure alla dominazione Spagnuola, tentò levarsela di dosso, gettandosi con uno scarso aiuto Francese nella più disperata avventura guerresca, che mai si potesse immaginare.

Per sua fortuna Carlo V, stanco e disgustato della sua stessa grandezza, aveva abdicato, e Filippo II, il suo successore Spagnuolo, era un Tiberio bigotto, che al Duca d'Alba, il quale guidava gli Spagnuoli, ordinò di trattare il Papa vinto, come se fosse stato vincitore. Da quel momento il Papa mutò; i nipoti, che avevano fomentate le sue aberrazioni politiche, furono esiliati; Roma, la Corte, la Curia, la Chiesa, la città si trasformarono sotto l'impulso di rigori, quali potea imporli un Paolo IV umiliato e forse pentito; l'Inquisizione in tutta Italia e in Ispagna fece il resto. In queste due nazioni fu quindi soffocata ogni velleità eterodossa, ma in questo tempo medesimo il Cattolicismo perde l'Inghilterra e la Scandinavia; quasi tutta la Germania è divenuta Protestante; la Polonia e l'Ungheria balenano; Ginevra s'atteggia a piccola Roma Protestante, e la Riforma è già in armi e già combatte in Francia e nei Paesi Bassi.

In tali condizioni cominciò a regnare Pio IV. Se non che ebbe un'idea chiara ed ardita: riaprire il Concilio, fidarsi ad esso in apparenza, ma regolarlo lui d'accordo coi Principi, persuadendoli che l'assolutismo Papale e l'assolutismo Monarchico erano l'uno il necessario sostegno dell'altro.

Troppo dovrei dire, se volessi mostrarvi che capolavoro diplomatico sia la condotta di Pio IV col Concilio e colle Potenze Europee in relazione al Concilio; con che mano leggera e vellutata egli sappia toccare tutti i tasti e far loro rendere il suono che gli conviene; come superi, ora cedendo, ora resistendo, ogni difficoltà. Fu aiutato dal cardinale Morone, indole mansueta e quasi timida, ma ferma, intelletto acutissimo, anima onesta e schiettamente religiosa e che, figlio del famoso cancelliere degli Sforza, l'arte diplomatica, si può dire, l'avea nel sangue. Fatto è che a fronte di questi due preti, Filippo II, il Duca d'Alba, Caterina de' Medici, il cardinale di Lorena, Ferdinando I non sono che dilettanti di bassa sfera.