E con l'ale la campagna
Cuopre e tien sotto l'ongione!
cantavano i Veneziani del loro Leon di San Marco; ma se le ali non furono tarpate dalla lega di Cambrai, gli unghioni persero, per essa lega, la forza d'un tempo: e Marin Sanuto, il grande diarista che raccoglieva a mano a mano i fatti e le canzoni che importassero alla città sua, doveva anche trascrivere il Lamento e desperatione del populo venitiano, e il Lamento de' Veneciani, su cui un'incisione in legno mostrava una barca in mare, e il leone dentro, senza nessuno che la guidasse e governasse, “et è in pericolo di anegarsi.„ I Lamenti di Venezia ebbero a crescere ancora: e dentro vi crebbero di nuove sciagure le enumerazioni che erano tanta parte di sì fatto genere, da cui il popolo si dilettava attingere le notizie politiche, cantate su per le piazze con l'accompagnamento del violino: enumerazioni per antitesi tra le vittorie e le conquiste d'un tempo e le disfatte e le perdite presenti. Onde un Messer Simeone Litta faceva che la Serenissima disperata minacciasse di volgersi al Turco, da che i Cristiani la tormentavano tanto:
Su, Venetia sconsolata,
Posta in pianto e gran dolore:
Franza e Spagna e Imperatore
M'àno tutta disolata.
Eppure se è chiaro oggi che la Repubblica ebbe dalla lega irreparabili danni, tale fu il senno de' suoi reggitori ch'ella non solo durò ancora, e con onore, più secoli, ma parve a molti, per tutto quel secolo decimosesto, fosse in lei la speranza più certa delle fortune d'Italia, il baluardo più saldo della sua indipendenza. In fin de' conti, era uno Stato italiano, non soggetto a stranieri, gagliardo ancora, se poteva, dopo Agnadello, contrastare alle insidie spagnole in terraferma e alle violenze del Turco in Oriente. Prima di volgersi a casa Savoia, come fecero sul principiare del secolo seguente, quando fu chiaro che Venezia reggersi poteva, ma non arrischiarsi a ingrandimenti, era naturale che i cuori italiani si volgessero a lei. E qui troviamo tra gli altri un poeta grave, l'autore d'uno de' più tediosi poemi epici che ebbe il Cinquecento, l'Olivieri (Dio ne scampi dalla sua Alamanna!) che, pur ammirando Carlo V, invocava Venezia liberatrice di tutta Italia:
Oh secol d'or s'ella 'l tuo scettro attinge!
Canzon, vedrai nel mare