Invitato a dire di lui, in Roma, dinanzi alla maestà e al fiore della gentilezza italiana, — fra queste pareti, dove aleggia quasi la voce che v'è risonata del gran pensatore e incombe il peso e il delitto della sua persecuzione, — ritrarrò rapidamente dai fatti l'idealità della sua vita, quale si disegna, con tanta gloria d'Italia, nella storia dell'umano pensiero. Un altro studio, più ricco di particolari e d'analisi, che rimarrebbe da farsi sul filosofo e lo scrittore — La mente e l'arte di Galileo, — aspetterà, non uditorio più degno, ma un oratore che possa affrontare con minor trepidanza il soggetto, nobilissimo ed arduo sempre.
III.
Studente di medicina, e già male accetto ai Peripatetici dello Studio di Pisa, de' quali se esemplava fedelmente (in un latino tutt'altro che aureo) il dettato dalla cattedra, non si asteneva tuttavia dall'opporre ai loro assiomi le evidenze de' fatti, Galileo non da quelle scuole fallaci, sibbene nel silenzio delle segrete comunicazioni fra l'anima e l'infinito, ha, sotto le vôlte austere del duomo, la prima vocazione alla scienza vera; e misura ai battiti del polso le oscillazioni isòcrone della lampada sacra. E pochi anni dopo, fatta prova di sè in attuazioni diritte e ingegnose de' principii di Archimede, del suo “divino„ Archimede, torna in Pisa lettore di Matematiche: è collega non meglio accetto, di quel che fosse discepolo; e mentre quei barbassori strascicano pe' loro atrii la toga professorale, egli motteggia loro dietro giovenilmente in versi bernieschi, e a cotesta scienza umbratile sostituisce la scienza interrogatrice delle cose in piena luce solare, e aspirante a larghi polmoni la libertà, fra le bellezze della natura, le meraviglie dell'arte, le realtà della vita. Inventa la cicloide; e dimostra a dito, pel disegno del nuovo ponte sull'Arno, com'ella sia da applicarsi nel dar forma agli archi dei ponti: espone il trattato del moto, di Aristotile; e dopo averne dalla cattedra, con la reverenza dovutagli, combattuto le conchiusioni, lascia il libro in iscuola, e, seguito dagli scolari e dagli stessi attoniti cattedranti, sperimenta dall'alto del campanile pendente la caduta de' gravi: séguita a conversare amichevolmente con gli studiosi, e discendendo lungo le rive del fiume sino a Bocca d'Arno, là dinanzi al mare immenso e raggiante, traccia con platonica genialità le prime linee di quelli che fra cinquant'anni, nello sconsolato tramonto della sua vita, saranno i Dialoghi di Scienza Nuova, il primo codice legislativo della dinamica.
IV.
Ma teatro della sua gloria cattedratica era destinata Padova. Nello Studio padovano, l'alto e geloso sentimento che la Serenissima aveva di sè e di quanto emanasse da lei, produceva effetti sommamente benefici alla scienza e al pensiero. Sotto il dominio di San Marco, come la ragion di Stato era, per secolari tradizioni, tirannica, così, nel giro ben chiuso e inviolabile di questa, tutto si moveva con una libertà, che negli altri Stati italiani, o la tradizione politica personale e irresponsabile, in un d'essi teocratica, — o la recente loro e artificiosa costituzione e le eventualità inerenti alla forma, sia dinastica sia subordinata, de' loro governi, — rendevano malagevole o addirittura impossibile. Galileo, che fin da quando, dismessi gli studi della Medicina, si era dato alla speculazione matematica, aveva aspirato ad una Lettura, dapprima nello Studio di Bologna (e furono forse quelle pratiche l'occasione, perchè egli nell'87 venne la prima volta a Roma), poi nello Studio appunto di Padova; dovè riflettere come in questo allo sperimentare (fosse pure non metodico) nelle cose naturali si lasciava agevolezza che altrove non era consentita; come l'Aristotelismo vi aveva manifestazioni originali e sino a un certo grado non vincolate da preconcetti; — come la vita scolastica, massime per la frequenza di studiosi da ogni nazione d'Europa, vi era la più gagliardamente animata, e la più geniale altresì, che forse in nessun altro degli Studi d'Italia; — ed infine, quanto desiderabil signore ad un filosofo che cercava le applicazioni della scienza al mondo sensibile e alla vita, fosse il Senato d'una Repubblica, i cui gentiluomini e reggitori sedevano uditori negli scanni della scuola, e le sue navi portavano ancora pe' mari di tutto il mondo la memoria e il retaggio d'una potenza cooperatrice gagliarda di civiltà.
E gli anni del soggiorno padovano, dal 1592 al 1610, furono, com'egli poi ebbe a dire, “li diciotto anni migliori di tutta la sua vita.„ Glieli fecero tali la lieta giovinezza, e il mescolarsi coi giovani che accorrevano volenterosi alla sua scuola e, come a luogo di studio domestico, alla sua mensa ospitale; — l'agiatezza, quasi signorile, che il lavoro procurava a lui, bisognoso non tanto per sè quanto per la famiglia paterna, al suo cuore buono dilettissima sempre (e la famiglia gli fu sempre, per tutta la vita, cagione di cure e travagli); — la scienza, che da lui restituita alla retta osservazione de' fatti e fenomeni naturali, rivelava per la prima volta a' veggenti suoi occhi i misteri del cielo; — la indipendenza fatta al suo speculare, o, come que' gentiluomini sovrani gli dicevano con frase caratteristica, “la libertà e monarchia di sè stesso„, a tutti, ma più ad un pensatore e più ancora in que' duri tempi, preziosa; — la splendida cortesia, la gaia cordialità, la socievolezza letteraria, di quella cittadinanza; — l'amicizia, l'amore. Egli insegna meccanica, idraulica, fortificazioni, cosmografia: e le sue lezioni si moltiplicano, di copia in copia, per le mani degli studiosi: e nella sua casa, in Borgo de' Vignali, presso al Santo, agiata di spazio, amena di sito, circondata d'orto e di vigna, che lo stesso giovane filosofo si diletta a coltivare, sono ospitati quelli che egli chiama “scolari domestici„, la più parte oltramontani, e v'alloggia un meccanico per la fabbricazione degli strumenti, il compasso, l'armatura delle calamite, il termometro. L'Università e le Accademie si onorano del suo nome: la Repubblica lo rafferma nella Lettura delle Matematiche, con partiti di volta in volta più onorevoli e vantaggiosi. La stessa filosofia Aristotelica, che nello Studio di Pisa annebbiava i cervelli con la esegesi vaporosa e pesante del già suo maestro Buonamico, in Padova almeno gli s'impersona dinanzi in un cattedrante di vasto e valido ingegno, il Cremonino, il quale, con l'assolutezza rigorosa e la pertinace bizzarria della sua fede sistematica contro tutto e tutti, compresi anche, occorrendo, i teologi e l'Inquisizione, nega sì all'avversario la sodisfazione del combattere con le armi sperimentali, ma gli procura quella di sostenere in faccia ad un carattere d'uomo, a una coscienza di ragionatore, sia pur deviata, propugnare, contro l'autorevolezza d'una fama non immeritata, i diritti del vero e prepararne l'irrepugnabil vittoria.
Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi, prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti; e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, non pure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel 1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale; e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato, rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava al mondo le cose vedute: “ Sidereus Nuncius, Il messaggero del cielo stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico Matematico dello Studio di Padova, mediante l'occhiale testè ritrovato da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio, che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso medesimo il centro d'una circolazione. Nel Messaggero, od Avviso sidereo, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio, “il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„, divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpo gli apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione; sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario, dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro, le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il principio delle cose supremo, poteva in quella maravigliosa rivelazione riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio; — allora dalla vivace e pittoresca latinità del Nuncius Sidereus corriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„
Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato, dalla cattedra e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristoteliche sulla faccia della Luna, sulla Via Lattea, sul Denso e 'l Rado, preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie: le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore), sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto, e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome “valoroso compagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine: ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa del Nuncius con una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico: Galilæe, vicisti! (o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio: e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.
V.
Ma intanto le Stelle Medicee, proprio esse, lo riconducevano, non con propizio influsso, in Toscana. Non trattenuto dalla conferma a vita fattagli con abbondante stipendio dal Senato Veneto; non dalla affettuosa venerazione che in quella sua miglior patria lo circondava; non dall'amicizia di alti e liberi intelletti, il Sarpi; di nobilissime anime, Gianfrancesco Sagredo; non dall'avere Venezia e Padova dato a lui le ebbrezze dell'amore e le cure soavi della paternità; Galileo, che alienatosi dallo Studio di Pisa aveva bensì conservate co' propri Principi, e alimentate d'anno in anno nel suo recarsi a Firenze, relazioni non pur di suddito ma di scienziato, in quello stesso anno 1610 rinunziava alla cattedra padovana, e accettava da Cosimo II, recente successore di Ferdinando I, l'ufficio e il titolo di “Primario Matematico dello studio di Pisa e Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana.„ Tale era da qualche tempo (come il cuore degli uomini è a' loro danni irrequieto!) la segreta ambizione del sommo filosofo: aveva preso a stancarlo la cattedra, lo allettava la Corte; e in capo a questo precoce riposo dalle fatiche dell'insegnamento, negli agi d'una condizione indipendente dal servigio pubblico, travedeva egli la comodità di attendere alle grandi opere il cui disegno gli occupava la mente, e i modi più efficaci di assicurare al suo pensiero la combattuta via della conoscenza e del consentimento fra gli uomini. Non era certamente (e come avrebbe potuto essere?) una volgare ambizione la sua: il che non toglie però che la Corte, questo barbaglio adescatore di cuori e d'ingegni, delle cui illusioni la grande e tragica vittima era stata pochi anni innanzi Torquato Tasso, la Corte, prima quella di Mantova (ed erano state pratiche vuote d'effetto), poi quella della sua Firenze, attirasse anche questa grande anima di pensatore, vincolasse a sè l'opera di questo spezzator di catene. A tali disposizioni dell'animo suo non fu certamente estraneo il pensiero di denominare dai Medici quelle stelle, che meglio avrebber portato il nome stesso del loro rivelatore: e fu certamente questo omaggio, graditissimo al giovane principe già suo alunno, che affrettò la conchiusione alla pratica del suo rimpatriare. Tornava Galileo a Firenze, lieto (sono queste le sue parole) “di non più servire al pubblico„ dalla cattedra, di non dover più nel privato insegnamento “esporre le sue fatiche al prezzo arbitrario d'ogni avventore„: lieto della comodità a' propri studi, che “solo un principe assoluto poteva dargli„, e di aver così “messo il chiodo allo stato futuro della vita che gli avanzava„. “Condurrò a fine tre opere grandi che ho alle mani„ (due di queste erano certamente i Massimi Sistemi e le Nuove Scienze ): “darò forma ai segreti particolari, de' quali ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce ed ha sempre nociuto: conferirò a Sua Altezza tante e tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha delle maggiori; delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero: magna longeque admirabilia apud me habeo; grandi e altamente ammirabili cose ho io presso di me....„ Ahimè, non pensava il povero grand'uomo, che diciotto anni innanzi, tanto meno glorioso, la Repubblica Veneta lo aveva ricevuto onorevolmente, senza infliggergli l'affanno di tante profferte; non gli si affacciava alla mente che quella libertà filosofica, per la quale il Keplero, facendosi incontro a' suoi timori, gli si era esibito, avrebbe all'occorrenza trovato tanto più valida e già da altri sperimentata protezione nell'invisibile e paventato braccio di San Marco, che dallo scettro gemmato d'un principe. Il suo Sagredo rimpiangeva l'immensa perdita che esso e gli amici avean fatta; gli augurava felicità con parole piene, verso il nuovo padrone dell'amico, di veneta ossequente magnificenza; ma, con l'occhio proprio altresì di que clarissimi, gli rammentava “la libertà e monarchia di sè stesso„, le miserie cortigiane, e per ultimo i pericoli, diciamo con una sola parola, teologici, disegnandogli come in lontana prospettiva la sinistra figura, dal veneto orizzonte sbandita, dei Gesuiti.