Di Don Chisotto e il fodro ha il suo padrino.

Ahimè, no, questo è inverosimile! Troppo sarebbe pesata la spada del buon Cavaliere della Trista Figura alle mani ignobili del conte. Don Chisciotte è una idea, il conte di Culagna una persona, anzi una personalità. Don Chisciotte è ridicolo, ma non vile; pazzo, ma non volgare. Affronta, è vero, i mulini a vento, ma li crede giganti e, pur credendolo, non ha paura. Si macera in buona fede, attira le risa e le legnate, ma sempre col cuore alto, con la illusione di difendere il debole e di onorare la dama. Invece il conte di Culagna è stomachevolmente vigliacco, bestialmente basso e triviale. In tutto il poema cerchereste invano una figura che sotto al ridicolo abbia il cuor nobile e fiero. La stessa Renoppia, che dovrebbe esser la Clorinda e la Bradamante del poema, non è che una figura senza plasticità, una Marfisa di stoppa. Sin da principio è deformata con una infermità ridicola e più avanti riprende il cieco Scarpinello con un linguaggio sboccato, sconveniente non che ad una gentildonna, ad una vituperata. Non c'è nemmeno una rassomiglianza lontana, o nella vita, o nelle opere, tra i due demolitori dei romanzi cavallereschi. Il Cervantes, soldato valoroso, storpiato a Lepanto, schiavo dei mori, è dignitoso nella miseria del suo mantello stracciato, mentre il Tassoni, servo di principi, impiegato di cardinali, è querulo ed amaro lamentatore della Sua povertà mal celata dal saio del cortigiano o dalla veste talare dell'ecclesiastico. Il Don Chisciotte non è solo un assalto ad un genere letterario invecchiato, ma proposizione di una letteratura nuova, più umana e più vera. La Secchia invece è negativa affatto, nuova solo nella parte formale, scherzo, bello certamente, ma scherzo soltanto.

Perchè io non riesco a scoprire i riposti intenti civili e morali che alcuni videro nella Secchia rapita, non parendomi da ciò nè i tempi nè il poeta. Ci fu chi, vedendo intenti simili un po' da per tutto, disse che se i contemporanei avessero inteso il Tassoni, il poema non avrebbe potuto veder la luce. Altri, al polo opposto, negò, non solo ogni seconda intenzione, ma ogni efficacia alla Secchia. I più, tenendosi ad una via di mezzo, riconoscono qualche effetto, ma negano l'intenzione.

Si disse per esempio che questi intenti civili sono dimostrati dalla scelta dell'argomento. Il mettere in canzone una di quelle sciocche e feroci guerre di città a città che insanguinarono il medio evo, era mostrare i mali della divisione, la necessità dell'unione fra gli stati italiani per cacciare lo straniero, era, si direbbe, precorrere al Mazzini. Esagerazione. Dov'erano più, al tempo del Tassoni, le lotte tra comune e comune, o anzi, dove erano i comuni, i Guelfi e i Ghibellini, il potestà, il carroccio e sopra tutto dov'era la libertà? A chi si rivolgeva egli, al popolo o ai principi? Al popolo no certamente, poichè il Tassoni non lo capiva che come plebe, e del resto non ci voleva gran testa per intendere che gli Italiani del seicento potevano levarsi a qualche sommossa, ma ad una rivoluzione mai. E nemmeno poteva rivolgersi ai principi, senza forze e senza volontà di scuotere il giogo spagnolo. Avrebbe quindi predicato al deserto il verbo della unità nazionale; ma il vero è che all'unità non pensava allora nessuno, nè il Tassoni, nè il popolo, nè i principi, se pure nei torbidi sogni dell'ambizione non ci pensava Carlo Emanuele, non per fare un poema, ma per fare un regno.

Per gli intenti morali che sarebbero nascosti nella Secchia basti il ricordare l'episodio di Bacco e di Venere, i canti del cieco Scarpinello e le sciagure coniugali del conte di Culagna. Chi volesse sillogizzare potrebbe sostenere che l'intento non fu morale, ma immorale; il vero è che non fu nè l'uno nè l'altro.

No, io non mi posso persuadere che il Tassoni fosse un carbonaro o un riformatore. Certo che volendo far ridere bisogna pur trovare un argomento adatto, e gli Dei di Omero e i paladini di Carlo Magno erano frolli abbastanza per essere cucinati a quel modo. Certo che frustando a destra e a manca, qualche frustata colpisce chi se la merita; ma l'intenzione del poeta non era nè politica nè etica, era solamente artistica.

La Secchia rapita è dunque soltanto un'opera letteraria, una parodìa indovinata dei poemi cavallereschi, una caricatura dell'Olimpo di cartone abusato dai poeti, una morsicatura ai cruscanti della rigida osservanza in quei tempi dell'Infarinato e dell'Inferigno. Tale fu il primo poema eroicomico, forma facile e volgare dell'arte, segno di decadimento letterario come la satira e il romanzo, secondo ci mostrano le letterature decadenti di Grecia e di Roma. I popoli e i tempi hanno l'arte che meritano, e quando i poeti non cantano più per Mecenate o per Leone X, ma per la folla, bisogna pure che cerchino di piacerle, che respirino nell'ambiente suo e che da lei s'inspirino e scelgano le forme artistiche della decadenza quando la società è decrepita. Così fece il Tassoni, e l'opera sua rimane come pietra miliare che segna la civiltà e l'arte di un'epoca, opera di buon gusto, di ingegno vivo, di facile vena, ma opera di second'ordine. Già, nel suo secolo, se mancava la fiamma sacra, se gli scrittori insanivano dietro ai concettini artificiosi od alle iperboli tonanti, la tecnica ad ogni modo era posseduta a perfezione. A frugare nelle montagne di versi che ci lasciarono mille poetastri, non se ne trova uno duro, stonato, enarmonico. Se si potessero gustare i versi come la musica e fare astrazione dalle parole, la poesia avrebbe raggiunto il suo culmine nel seicento, tanta è la sonorità musicale che anche nei mediocri si trova. Ma purtroppo le parole bisogna sentirle e sono troppo noiosamente sciocche nei più per non sentirne l'uggia. Pochi non impazzirono, e fra questi il Tassoni, che pure alle bizzarrie era inclinato e da giovane aveva poetato come gli altri ubriachi. Si mantenne anche nel poema castigato e naturale e bisogna tenergli buon conto di questa prova di gusto artistico eccellente, poichè mantenersi immuni dal vizio tra i viziosi è difficile. C'è più merito ad esser Lot puro in Sodoma che Aron puro nel tempio.

Il poema ebbe un effetto enorme, maggiore forse di quel che il poeta avrebbe voluto, poichè ammazzò il poema eroico forandolo proprio nel cuore, mentre anch'egli meditava e cominciava un Oceano che doveva cantare le glorie del Colombo. Dopo la Secchia non fu più possibile e tollerabile in Italia poema che non fosse eroicomico, e tanto son pecore matte ed imitatrici i poeti, che alla colluvie dei poemi eroici successe ben presto il flusso degli eroicomici, e l'imitazione dilagò, valicò i monti e figliò a suo tempo buona prole come il Riccio rapito, il Lutrin e la Pulcella d'Orleans. Tutta questa letteratura vanta per solo padre il Tassoni, poichè le querele del Bracciolini, che mal gli contese la priorità, furono giudicate, e del resto lo Scherno degli Dei, principe nel regno dei libri noiosi, non poteva avere e non ebbe effetto alcuno.

Ma la trivialità che nel Tassoni di rado è sguaiata, peggiorò nei figli e nei nepoti, e quasi subito dopo, vediamo l'incanagliamento della Secchia nel Lambertaccio del Bocchini che vorrebbe essere una risposta bolognese al poema modenese e non è che una seccatura grondante volgarità. Si cade sempre più in basso, come a ruzzoloni per una scala, lo spirito diventa sboccatura, le frasi si razzolano in mercato e il comico diventa buffoneria di pagliaccio. Eppure la storia delle lettere poteva indicare l'esempio della Nencia dove il rozzo parlare dei villani e la bassezza dei sentimenti sono con tanto gusto lavorati dall'arte, che lo scherzo talora olezza della soavità dell'idillio. Ma siamo sempre lì; erano i tempi del Gran Duca Cosimo II, non quelli del magnifico Lorenzo, e l'arte era come quei tempi la volevano e la meritavano. E questi furono i tempi, questa la vita, queste le opere di Alessandro Tassoni. Quel che fosse come uomo lo dicono l'acredine mordace ed il pessimismo bizzarro, i quali, anche nello scherzo, ci lasciano la bocca amara. Il perchè è da cercare così nell'indole come nelle vicende sue di gentiluomo decaduto e bisognoso, costretto in servitù e inacetito dalle delusioni delle corti, dalle umiliazioni del servire, dalle lividure della emulazione e dell'invidia. Un carattere ed una vita così fatti non dispongono l'animo alla benevolenza, all'amore, al rispetto del proprio simile, e il Tassoni non rispettò nessuno, nemmeno i preti, coi quali allora non si scherzava. Conscio del proprio ingegno, si rodeva dentro vedendo il poco frutto che ne poteva cavare, e quando poteva scioglier la lingua, la sua parola putiva di fiele. Un altro perchè si può cercare nell'assenza dell'eterno femminino nelle sue opere e nella sua vita. Qual poeta, per piccino che sia stato, non cercò una donna per la rima e pel bacio, madonna Bice purissima e ideale o mona Belcolore fiorente e tangibile? Ma nel Tassoni la donna si cerca indarno e da per tutto, specialmente ne' Pensieri, trasuda da lui una itterica persuasione della imperfezione e della inferiorità muliebre, traspare una antipatica ottusità di sentimento che gli cela ogni fior di gentilezza. Pare che abbia il gusto malato e pervertito perchè sente l'odor del concio, non quello delle rose, e l'unica donna che traversa per poco la sua vita fegatosa è una Lucia Graffagnina, più serva che druda, la quale lo compromette col Santo Ufficio e gli partorisce il bastardo Marzio da lui trascurato, riconosciuto, maltrattato, scacciato e quasi aborrito. Anima arida, cuore di legno, in nessuna pagina delle sue opere, in nessuna ora della sua vita manda un fioco barlume di sentimento. Chiuso in tutte le piccole vigliaccherie dell'egoismo, non ha una frase per la patria o per l'amore che non sia di scherno, e tanti, minori di lui, l'avevano pure; contorta, affettata, barocca, ma l'avevano. Solo il riso amaro, il sarcasmo, l'ironia sono nella sua bocca e i fiori che ci porge grondano di veleno e l'arte squisita è scelleratamente tentatrice a cose non degne.

Non è questa l'arte da imitare, sia pure nel furore delle polemiche, non è questa l'arte che è sogno di tutte le anime; che se l'arte deve esser questa, muoia pur l'arte. Se dobbiamo serrarci in una Atlantide bieca, dove l'odio vinca la bontà, dove i baci diventino morsicature, dove tutto goccioli tossico e bava, muoia pur l'arte. Ma non morrà perchè voi, Donne e Signore, nell'arte ci siete pure per qualche cosa e gli occhi vostri parlano e dicono: “o non verrà anche per l'arte il giorno dell'amore?„ E pure il sole ride ancora sui colli verdi d'ulivi e fragranti di rose: e pure in fondo ai cuori vigila sempre il vivo, il santo, il giocondo desiderio d'amare; e pure in voi, Donne e Signore, è sempre l'anima buona e misericorde di Beatrice, di Laura e, nol dico per male, anche di Fiammetta. Che, dovremo odiar sempre, maledir sempre, morire come cani arrabbiati mordendoci le viscere a vicenda? No, voi, Donne e Signore, nol consentirete. Voi non vorrete l'insipido e perpetuo miele d'Arcadia, ma nemmeno il vituperio di questo livore giallo che avvelena l'arte e la vita. Non lo vorrete, non lo volete, poichè nella luce serena de' vostri occhi, ciascuno di noi legge: “Ecco la primavera. Amiamo!„