Dopo il 1200, la libertà genera i commerci e le industrie; ma la violenza rimane come la forma inspiratrice d'ogni reazione e d'ogni abuso, di principi o di moltitudini.

Due correnti prevalgono e non possono fondersi. Una spinge verso la ricchezza, verso i commerci, verso le soddisfazioni dell'arte e del sodalizio letterario; l'altra spinge alla potenza che non è fine a sè stessa, ma istromento d'arbitrii e di tirannie. Nella prima s'inalvea la vita privata, la seconda trascina la vita pubblica. La quale, inquinata in ogni sua parte da terrori o da vendette, uscita da ogni traccia di legge, divenuta asilo d'ogni turpitudine di scherani o di avventurieri,

mena gli spirti nella sua rapina

e converte due secoli di storia, pieni d'una letteratura così robusta e d'un'arte così squisita, in una specie di leggenda paurosa, che governa ancora, nei suoi apprezzamenti sull'Italia, il pregiudizio popolare europeo.

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Ed eccovi chiara la genesi delle fazioni italiane. Queste non sorgono per fatti contemporanei, ma preesistono a quelli e costituiscono, per così dire, i quadri, entro i quali i fatti medesimi si versano e si distribuiscono.

Nel '300 in Italia si nasce faziosi, come si nasce gialli nella China o negri nel Tombuctù. La fazione si assorbe col latte materno, s'impara dal precettore. I giuochi dei fanciulli sono, come le passioni dei grandi, basati sul guerreggiar delle parti. Si può entrare e si può non entrare in un ciclo di attività politica; ma, quando vi si entra, nessuno pensa ai bisogni complessivi di un paese; l'interesse della fazione a cui si appartiene tien luogo di fede, di patriottismo, di virtù.

Vi ha detto acutamente lo scorso anno l'attuale ministro della pubblica istruzione[1] che, distruggendo nelle campagne i ricoveri del feudalismo, le città trasportavano nell'interno delle mura quella guerra civile che credevano aver terminata al di fuori.

Infatti, quando posavano le guerre fra Svevi e Angioini, fra papi e imperatori, nascevano le guerre fra l'una e l'altra delle città italiane; fra Genova e Venezia, fra Pisa e Firenze, fra Modena e Bologna, fra Piacenza e Milano.

Quando fra le città s'era fatta la pace o una pace, il dissidio interno cittadino non tardava a scoppiare; dissidio tra nobili e plebei, tra governanti e governati, tra rioni occidentali e rioni orientali, tra antichi servi orgogliosi della vittoria e antichi feudali memori della sconfitta.