Lo abbiam veduto: fin dal giorno in cui Enrico Dandolo, dopo la conquista di Costantinopoli, prese il titolo di Doge di Venezia, della Dalmazia e della Croazia, Signore di un quarto e mezzo dell'impero di Romania, un grande cangiamento era avvenuto nell'animo dei veneti maggiorenti. È vero: essi curavano più l'utilità della dignità e lasciarono ai Fiamminghi e ai Francesi il titolo imperiale, paghi di accrescere i privilegi commerciali. Anche non chiesero vastità di possedimenti, ma sì, con pratica accortezza, una linea di terra, che dalle isole Jonie costeggiava e dominava tutto il mare fino alla Propontide. Pure, dopo tanta gloria d'imprese, gli animi si cullavano in un compiacimento a cui, come abbiamo detto, non erano estranei il desiderio delle sontuosità di una vita mondana e il sentimento del bello. Infatti Venezia si foggia novellamente.
I Veneziani aveano diviso i pericoli delle battaglie e le glorie del trionfo coi più celebrati cavalieri d'Europa. Pei rudi marinai dell'Adriatico, spiriti pratici che facevano traffichi e leggi, erano spettacolo nuovo certi riti di cortesia e certe gentili usanze, che tenevano in freno la violenza e associavano il culto della donna a quello del dovere militare e della religione. D'altra parte la vita errante e le sue avventure, la vista della natura d'Oriente, eternamente varia e fantastica, adornavano di nuove attrattive queste idee. Però Venezia accolse della cavalleria solo quei sentimenti, che possono anche convenire a popolo libero, ma le cortesie cavalleresche non ammollirono la gagliarda indole natìa. I Veneti rimasero estranei a quell'entusiasmo di galanteria cavalleresca, origine di una poesia di convenute raffinatezze.
E pure, parrebbe, niun aere più del veneziano adatto alla poesia romanzesca. Non ancora, è vero, dalle acque del Canal Grande sorgevano i suntuosi edifizi, sogni di poeta tradotti nel marmo, e nei quali il cesello ruba il mestiere allo scalpello. Ma sulla laguna i tramonti non doveano essere men dolcemente melanconici, nè le notti meno serenamente molli. E per questo i poeti moderni, malati di romanticismo, poterono sognare i dolci canti del trovatore, salienti, nel sereno armonioso delle notti veneziane, al verone della bionda patrizia, e via via tutti i ferravecchi della rettorica medievale al chiaro di luna. No, o signori, troppo fu mietuto dai pittori, dai poeti, dai romanzieri e ahimè! da certi storici nel campo di una Venezia scenografica, convenzionale, malata di scrofola romantica. A noi piace la città vigorosa e sana, ricca di quella gagliarda poesia, che rifugge dalle morbose fantasticherie, e s'inspira così alla sua storia singolare e gloriosa, come al silenzio raccolto delle sue strade e dei suoi canali, al colore meraviglioso, ai monumenti e alle memorie, alle lagrime e ai sorrisi delle cose. Pare, o signori, a Venezia i poeti sieno sempre stati considerati come perdigiorni, poichè nel lungo corso della civiltà veneziana e nel caldo sbocciare dell'arte, non troviamo molti poeti nè illustri. Questo Stato libero e possente, fra le cure di una politica vigilante e battagliera, avea ben altro a fare che incoraggiare il grazioso pispiglio dei poeti. L'anima non svapora in contemplazioni fantastiche. Alla poesia il cittadino veneziano guarda senza troppo amore; egli è affrettato, i suoi negozi lo chiamano, lo invitano gli affari del suo commercio. Perfino il dialetto, così dolce all'orecchio e al cuore nel linguaggio amoroso, meglio si presterà ai gravi movimenti dell'eloquenza politica, alle acute e profonde osservazioni della diplomazia. Nel secolo XIII il nome di un solo poeta giunge fino a noi, quello di Bartolomeo Zorzi, un patrizio mercante, che tra i barili di spezierie, faceva volare nella lingua occitanica il sirventese patriottico e la cobla d'amore. Sorpreso un dì sulla sua nave dai corsari genovesi, fu tratto prigione. Nelle carceri di Genova rispose coraggiosamente con un sirventese a Bonifazio Calvo, trovatore ligure il quale in versi provenzali avea insultato Venezia. E poi che la libertà si faceva attendere, lo Zorzi scrisse ancora contro i Genovesi feroci vituperi. Finalmente ei potè rivedere la patria, e la Repubblica, premiando più i suoi meriti patriottici che quelli poetici, mandò lo Zorzi a Corone in Morea comandante della fortezza.
Fra alcuni nomi di poeti oscuri troviamo più tardi, nel secolo XIV, un altro patrizio, Giovanni Quirini, il quale più che a' suoi versi deve nominanza alla sua amicizia con Dante.
*
Ma che i Veneziani, distratti da guerre, da imprese, da traffichi, tributassero pochi omaggi alla gente letterata, è prova la lettera di Dante, la quale però dai più è ritenuta apocrifa. Riferendo a Guido da Polenta l'esito della sua ambasceria, l'esule divino racconta come innanzi a' governanti veneziani avesse incominciato a parlare latino. Fu esortato a cercare un interprete o a mutare favella. Allora, sdegnato, cominciò a parlare italiano, ma capivano poco anche questo.
Vero è che a purgare i Veneziani dalla taccia d'ignoranti bastano le memorie delle scuole fiorenti fra le lagune, e il trattato di fra Paolino minorita, una delle prime prose dialettali italiane, e le opere di scienze naturali dei Trevisan e la mirabile cronaca del doge Andrea Dandolo. A lavare i Veneziani dall'accusa di scortesi valgono le accoglienze liete fatte al Petrarca, il quale molto si compiaceva che nelle feste celebrate sulla piazza di San Marco, per la vittoria di Candia, il doge Lorenzo Celsi l'avesse fatto sedere alla sua destra, sulla loggia sovrastante la porta maggiore della basilica. Il Petrarca amava Venezia, si compiaceva, come scrivea al Boccaccio, delle soavi e dolci passeggiate sul mare, e lasciò gran parte dei suoi libri, alla città ricca d'oro, più ricca di fama; potente per facoltà, più potente per virtù; fondata sopra solidi marmi, più solidamente piantata sulle basi della civile concordia; cinta da salsi incorruttibili flutti, protetta da più incorruttibili consigli.
E il giudizio del Petrarca era giusto. Colla prudenza, i Veneti seppero ordinare i favori della fortuna e, come i Romani, essi congiunsero alle fine speculazioni del pensiero la pratica scienza di effettuarle. I nemici esteriori non si temevano, le cause di debolezza interna erano o parevano tolte, mercè i nuovi e rigidi ordinamenti aristocratici. Venezia poteva credere di esser secura.
*
Ma dopo la legge del Gradenigo, che toglieva ogni azione popolare nel governo, s'ordirono congiure, scoppiarono rivolte. Però fra le armi dei cittadini, contendenti ad uccidersi, esciva più valida quella aristocrazia, che si tentava di abbattere.