Venezia avea il monopolio del sale, e durante i secoli XIII e XIV, provvedeva di sale non pure molta parte delle provincie italiane, ma altresì i Saraceni e i Barbareschi. Altri traffichi: quelli delle spezierie, degli aromi, dei tessuti orientali, e nonostante i divieti e le scomuniche, degli schiavi.

I nobili facevano ancora il commercio direttamente e in persona, e si videro principi e duchi delle isole dell'Arcipelago, ambasciatori, legislatori, generali, capitani di flotte essere in pari tempo navigatori, mercanti di pepe, di zucchero e di scorze di noce moscata.

Quando il commercio condusse fra le lagune gente d'ogni parte del mondo, l'ospitalità veneziana fu larga e non pure per sentimento d'utilità, ma per gentilezza. Aveano dimora dal pubblico Armeni, Mori, Turchi, Greci, Siri ed erano accolti a festa i cittadini d'ogni parte d'Italia. Solo gli Ebrei, a volta a volta, si cacciavano e si richiamavano, secondo il richiedesse la pubblica utilità, e solo alla fine del secolo XIV, furono definitivamente accettati, non essendovi ancora in Venezia monti di pietà, nè pubblici banchi. Tanto vero che l'interesse è più forte dei più fieri pregiudizi. Qualche volta il pregiudizio e l'interesse s'uniscono in istrano connubio, come avvenne a san Luigi re di Francia, che per la salvazione della sua anima e di quella de' suoi antenati, rimetteva con decreto ai Cristiani una terza parte dei loro debiti cogli Ebrei. Così, se non con gli uomini, si saldavano i conti col cielo.

Nel secolo XIV, Venezia conteneva 190,000 abitanti, contava 38,000 marinai, quasi un terzo della popolazione maschile, 16,000 operai nell'Arsenale e 3300 navi sparse pei mari. La Zecca coniava un milione di ducati d'oro, 200,000 monete d'argento e 80,000 di rame all'anno. Più di mille patrizi possedevano una rendita di 200 a 500 mila lire all'anno. E non si dimentichi quale valore avesse allora il denaro. Le arti prosperavano, ma più che le belle, le utili, quelle disposate all'industria: l'orificeria, la vetraria, la tessitura di stoffe preziose, di damaschi, e tutte le arti più acconcie a una popolazione navigatrice. Per un esempio, i Fiorentini, questo quinto elemento del mondo, com'ebbe a chiamarli Bonifazio VIII, importavano a Venezia 16,000 pezze di stoffa, che si vendevan in Barberia, in Egitto, in Soria, in Cipro, in Rodi, in Romania, in Candia, in Morea, nell'Istria, e ogni mese recavano sul mercato veneziano 70,000 ducati in mercanzie, avendone in cambio dai Veneziani lane, sete, ori, argenti e gioielli.

Nè solo al mare e alle terre lontane d'Oriente la Repubblica volgeva il pensiero. Nel trecento i Veneziani erano signori di Padova, di Treviso, di tutto il Friuli, di Vicenza e di Verona.

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E al pari della potenza politica andavano crescendo la prosperità materiale e il viver lieto.

Mano mano succedevano generazioni più aristocraticamente foggiate e all'ombra della ricchezza il patrizio cominciava a riposare. Gli uomini adottavano le eleganti fogge di vestire di Francia, di Allemagna e di Spagna, già in voga in tutta Italia. Parimenti le donne abbandonarono il grave abito orientale. Anche il capo dello Stato, del quale si limitava ogni dì più la potestà, si volle circondato di sfoggiate apparenze, privilegi che dimostravano la magnificenza, non il potere della dignità. Al berretto di velluto rosso fu aggiunto nel 1253 un fregio d'oro, e nel 1361 una croce di diamanti. Le leggi dicono esplicitamente la maestà delle vesti dover accrescere quella del principe, e un decreto del 1320 ordina al doge di portare almeno dieci volte all'anno un bavero d'ermellino con bottoni d'oro. E che la magnificenza delle vesti conferisse alla dignità della persona, meglio d'ogni altro voleano provarlo le gentildonne. Ma pare i reggitori intendessero acqua e non tempesta, giacchè, fin dal 1299, s'iniziarono quelle leggi suntuarie, che vietavano i fastosi ornamenti, dannosi alle facoltà delli gentilhomeni, leggi che scendevano a particolarità da sarti e finivano col non ottener nulla.

A poco a poco tutto che brilla e sembra magnifico diviene oggetto di curiosità e di desiderio: a una maggior civiltà s'accompagna la decadenza del costume. Sempre così: quel che si acquista in cultura si perde in moralità, e le forti gare delle armi e del commercio lasciano il posto a usanze e fogge sempre più polite, e le età allegre succedono al tempo dei forti concepimenti e delle ardite azioni. Il patrizio diserta i negozi e si dedica agli studi eleganti, agli amori, ai piaceri, sorridenti di nuove attrattive. Anche la donna, che avea condotta una vita socchiusamente tranquilla, esce dalle pareti domestiche, splendendole in fronte gli albori di un nuovo dì, e si mescola tra la folla gioiosa. Belle imagini femminili, attraversanti la fervida vita veneziana, il cui ricordo giunge a noi come a traverso le nebbie del crepuscolo! Belle imagini di donne, incedenti gravi sugli altissimi zoccoli, dalle vesti conteste d'oro e a lunghissimo strascico, adorne di monili, di anelli e di armille d'oro e di perle e di gioie preziosissime! Le gale e il lusso degli adornamenti finiscono per trionfare dell'austerità antica.

Ma dinanzi al supremo pericolo della patria, i patrizi sapeano mostrare che le feste, il lusso, le ricchezze non aveano ancora svigorito il braccio e la mente. La guerra di Chioggia ha una grandezza veramente epica e mostra come in Venezia, fra i preludi del decadimento, vibrasse ancora il forte sentire della giovinezza. Perfino il meraviglioso della leggenda, conferisce a rendere più grande questo periodo e più austera e veneranda la figura del doge Contarini, che fra pericoli e rovine condusse la patria a salvezza. Si narra come ad Andrea Contarini, trovatosi per traffichi in Soria, un indovino profetasse che sarebbe divenuto principe di Venezia in un tempo di tremende sventure per la patria. Spaventato del vaticinio, si ritirò nella solitudine della campagna. Dopo alcuni anni fu eletto doge e l'accettazione gli fu imposta come un obbligo ineluttabile. Da quel dì, vinta ogni esitanza, diede tutto sè stesso alla patria.