Saranno ancora sì, che i suoi nemici

Non ne potran tener le lingue mute.

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici:

Per lui fia trasmutata molta gente,

Cambiando condizion ricchi e mendici.

Nell'ultima profezia può ravvisarsi un'allusione agli effetti del principato che sollevava gli umili e abbassava i grandi, ma assai più oscura è la terzina che segue e che ha inutilmente affaticato l'ingegno degli interpreti:

E portera'ne scritto nella mente

Di lui.... ma nol dirai.... E disse cose

Incredibili a quei che fia presente.

I primi versi invece si riferiscono a fatti noti, cioè alla fastosa liberalità con cui Cangrande, rimasto solo signore di Verona nel 1311, radunava intorno a sè artisti, letterati, giullari, uomini d'arme, guelfi o ghibellini che fossero; la compagnia finì col parer anche troppa al Poeta, il quale si partì sdegnosamente da quella corte, dove (se credesi a certe leggende tramandateci dal Petrarca) la sua franchezza riuscì mal gradita. Narrasi in fatti che c'era fra gli altri un istrione procacissimo il quale con motti e con gesti osceni rallegrava assai la brigata. E Cangrande, sospettando che Dante ne fosse indispettito, gli chiese come mai un tal pazzo piacesse a tutti, e viceversa a tutti increscesse un savio come lui. Al che quegli rispose con arguta amarezza: “Perchè ogni simile ama il suo simile.„ Ed anche in altra occasione, dopo un convito, si sarebbero scambiate male parole il Poeta e il Signore esaltato dal vino. Vere o false, queste storielle ritraggono i costumi delle corti medioevali; e parimente ci dà un'idea di tal vita allegra e agitata una bizzarra frottola di Manuel Giudeo, che fu amico e ammiratore di Dante, e che dava il vanto a Verona su tutte le terre di Levante da lui visitate: