Ma i nostri lettori di quest'anno (1891), come quelli dell'altra serie, e delle serie future, possono presentarsi al pubblico più difficile e schifiltoso senza paure. Enrico Panzacchi, Ernesto Masi, Isidoro Del Lungo, Enrico Nencioni, per tacere degli altri valenti, conoscono a prova il segreto di dir cose belle e peregrine tenendo attento e divertito un eletto uditorio. Nè gli altri che seguirono furon da meno dei precedenti. Ernesto Masi seppe improvvisare in pochissimi giorni un quadro compiuto dei tempi illustrati da Dante. Del Barbarossa, d'Enrico VI, d'Innocenzo III, di Federigo II, di Manfredi, di Carlo d'Angiò, di Corradino, di Bonifazio VIII, di Carlo II e di Roberto, della Regina Giovanna trattò, nella sua lettura sugli Svevi e Angioini, con quella grande competenza ch'è frutto di studi coscienziosi e con felicità di parola, ritraendo in brevi ed efficacissimi tocchi la fisonomia storica dei varii personaggi e digredendo in considerazioni alte e razionali. Il Masi dimostrò ancora una volta ch'egli sarebbe un eccellente professore di storia moderna, di cui potrebbe onorarsi qualunque Ateneo, ora segnatamente che le cattedre universitarie sono occupate dai microscopisti della scienza, con grave danno di quella coltura generale che i giovani non possono attingere fuori della scuola.
Arturo Graf.
Arturo Graf aveva scelto quest'anno un argomento attraentissimo Il tramonto delle leggende, e ne parlò con abbondanza di sicure notizie, con magistrale conoscenza del tema. Egli ha una fiera passione: quella di non lasciare inesplorata nessuna parte del soggetto preso a trattare; e perciò i suoi lavori acquistano maggior pregio ad un'attenta e ponderata lettura. Lo studio sulle Origini del Papato e del Comune di Roma, ch'ei lesse l'anno scorso, è stato per unanime giudizio riconosciuto un de' migliori scritti del volume su Gli Albori edito dai Treves.
Marco Tabarrini.
Al Graf succedette il senatore Marco Tabarrini, cui non dispiacque di fare onore alle Letture di casa Ginori con una sua conferenza su Le Consorterie nella storia fiorentina. Il Tabarrini, richiamato da un gentile invito a' suoi antichi studi prediletti, lasciò per un poco le gravi cure della politica; e con affetto giovanile si pose a dar forma di piacevole ed elegante discorso a' materiali laboriosamente raccolti trent'anni fa sopra un argomento poco noto di storia patria. E vi riuscì così bene, da far dimenticare, con l'aurea semplicità dello stile, con la squisita eleganza dell'elocuzione e con la grazia toscana della lingua, la difficoltà dell'assunto. Perchè, chi nol sappia, egli è un sapiente maestro anche nell'arte del dire, ma un di quelli del buon tempo antico, i quali sdegnano i lenocini della rettorica, non di altro curanti che di dar veste ben conveniente agli studiati pensieri. E' vi parlano con quella bonomia socratica, per la quale le astruserie della scienza paiono a chiunque accessibili e piane; e tutto il loro segreto consiste nel dar ordine lucidissimo a quel che hanno chiaro e luminoso nel loro intelletto. Il miglior artificio per fare una buona conferenza è quello d'averla fatta prima a noi stessi, d'aver bene in mente ciò che si vuol dagli altri compreso; e però riescon meglio le conferenze addirittura improvvisate, quelle fatte a braccia, quando la frase sia obbediente al pensiero e questo segua il cammino prestabilito, senza fermarsi sbadatamente per via.
Diego Martelli.
E tale fu appunto quella che Diego Martelli fece su Gli artisti Pisani, parlando di storia dell'arte con la sicurezza che nasce da una lunga pratica e amorosa col proprio soggetto. Diego Martelli non fa nè l'artista nè il letterato di professione; ma è, per felice intuito, per le doti naturali dell'ingegno e per svariata coltura, un dicitore piacentissimo, che riesce a nascondere lo studio e l'erudizione sotto le apparenze d'un'arguta bonarietà. Parlò del bizantinismo con novità e originalità di concetti, descrisse le meraviglie create dagli artisti pisani con la evidenza e la semplicità onde un viaggiatore di buon gusto vi pone sott'occhio quanto di meglio ha veduto in lontani paesi. La sua conferenza fu come la relazione d'un viaggio nel passato dell'arte, compiuto da un nostro contemporaneo, che sappia raffrontare l'antico con il moderno, e d'arte giudicare con intelletto d'artista. Non smancerie, non frasi imparate a mente, non effetti retorici; ma quella signorile bonomia con la quale i nostri antichi ragionavano de' miracoli dell'arte nelle botteghe de' pittori o degli scultori. Il Martelli, compagno di studi a quanti dal 1859 in poi han trattato la stecca o il pennello, ammiratore ed amico dell'Abbati, del Sernesi e degli altri valorosi rinnovatori della pittura in Toscana, è un finissimo ingegno d'artista che si nasconde nella giacca d'un possidente di campagna. Egli odia la ipocrisia, sotto tutte le forme, e per questo vive un po' solitario e fa parte da sè stesso. Tanto meglio, se nella quiete d'una biblioteca sa preparare al pubblico che gli vuol bene, un'ora di dilettazione estetica, come quella indimenticabile che ci donò il 16 aprile nella sala Ginori!
Pompeo Molmenti.
Tre giorni appresso risaliva quella cattedra un altro bell'ingegno, il Molmenti. Un artista che vuol essere aristocratico succedeva al più democratico di tutti i conferenzieri; alla naturalezza del fiorentino all'antica, seguiva la raffinata eleganza d'un cortesan veneziano. L'onorevole Molmenti non se l'abbia a male: il paragone non ha nulla d'odioso per lui; tanto è vero che posson farlo i lettori, raffrontando i ritratti dei due dicitori dovuti alla elegante matita del Corcos.
Camillo Boito.