Io son Frate Alberigo
Io son quel dalle frutta del mal orto,
Che qui riprendo dattero per figo.
Una particolarità di Maghinardo Pagani che tiranneggiava Imola e Faenza era di recitare scopertamente una doppia parte nella commedia politica fra il due e il trecento: pupillo ed amico del Comune di Firenze, a cui il padre l'aveva raccomandato morendo, e per cui combattè a Campaldino, egli era guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna:
Le città di Lamone e di Santerno
Conduce il lioncel del nido bianco,
Che muta parte dalla state al verno.
Aveva anche il soprannome di demonio; e Dante dice altrove che le buone opere de' suoi discendenti non basteranno a far che “puro giammai rimanga d'essi testimonio„. Non va poi confuso cogli altri tirannelli romagnoli quel valoroso guerriero e feudatario ghibellino che fu Guido da Montefeltro, al cui avo Buonconte, Federigo II aveva concesso la città e contado d'Urbino. Fedele alla casa di Svevia accompagnò nell'infelice impresa il povero Corradino; poi, ritiratosi in Romagna, sfidò e vinse in una gran battaglia nel 1275 i guelfi condotti da Malatesta da Verrucchio; sicchè parve sul punto di dominare l'intera regione; ma la parte avversa riprese il sopravvento dopo l'elezione di papa Martino IV e l'invio di soldatesche francesi; assediato in Forlì da forze preponderanti e ridotto agli estremi, si racconta che Guido si liberasse e facesse strage del nemico con un audacissimo stratagemma: poichè uscì chetamente dalla città cogli uomini validi, lasciando aperta una porta, e dentro i vecchi, le donne e i fanciulli; quindi mentre gli assedianti entrati in Forlì gozzovigliavano, piombò loro addosso improvvisamente; dicesi che vi perissero quasi tutti gli ottomila francesi; al che allude Dante coi noti versi:
La terra che fe' già la lunga prova
E di Franceschi il sanguinoso mucchio