Che Dante in quella notte sognasse di Bice, niente d'inverosimile; che la vedesse al modo che narra, pochi saprebbero credere, nè io sarò certo del numero. Ma se le cose dette non vide, egli, quel giorno o un altro, le immaginò, salvo assai probabilmente l'ultimo tratto del volo verso la regione degli angeli, inspirato dai successivi eventi. E questa fantasia fu da lui esposta in un sonetto, che, pur non essendo stato di sicuro la prima prova del suo librarsi sulle ali del canto, è il più antico saggio che noi di lui si possieda. Il sonetto, indirizzato “A ciascun'alma presa e gentil core„, ma destinato propriamente per coloro che “erano famosi trovatori in quel tempo„ come una specie di problema di cui si chiede la spiegazione, non ha bisogno di essere letto qui perchè voi vediate in esso come un primo presagio della Divina Commedia. Il presagio è ben tenue di certo; ma forse che la sproporzione toglie la rispondenza tra l'immagine che si disegna sulla nostra retina e lo sterminato volume della stella che da una distanza inconcepibile manda all'occhio la sua luce? Fatto sta che in un caso e nell'altro abbiamo una visione, e una visione che muove dall'amore medesimo, quale materia di una creazione artistica.

A questa prima visione tante altre ne tengono dietro, da far sentenziare a un illustre storico della nostra letteratura — ad Adolfo Bartoli — che la Vita Nuova “procede tutta, si può dire, per via di visioni„. Un valore generico queste visioni l'hanno sempre per noi; ma, naturalmente, non ci si deve arrestare se non a quelle che abbiano anche qualche importanza specifica. E così, prima d'incontrarci in nessuna di cui sia ancora a far parola, si dà di cozzo in una composizione, che, sebbene non sia il riflesso di nulla di cosiffatto, ci trasporta tuttavia ai mondi oltraterreni.

Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nell'esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla a “Donne e donzelle amorose„, e squarcia loro d'un tratto i misteri del Paradiso:

Angelo clama in divino intelletto,

E dice: Sire, nel mondo si vede

Maraviglia nell'atto, che procede

Da un'anima, che fin quassù risplende.

Lo cielo, che non have altro difetto

Che d'aver lei, al suo Signor la chiede;

E ciascun santo ne grida mercede