E poco si fa aspettar la seconda: la quale Dante riceve non dalla bocca lorda di Ciacco, che lo guarda con occhi stravolti, e ciondolando la testa ricade giù al suo gastigo, ma da Farinata magnanimo. Si affaccia l'Uberti alla tomba infocata, con superba noncuranza de' tormenti infernali; altero della sua vecchia fede ghibellina, per la quale ha dato anche l'eterna salvezza; pronto a disperdere, se potesse, una terza volta i Guelfi esecrati. Il giovine guelfo, che gli sta, non meno baldanzoso, dinanzi, raccoglie quella allusione alle cacciate anche de' suoi Alighieri, e crudelmente motteggia sugli Uberti che hanno finalmente disimparata “l'arte„ del ritorno. Ma Farinata ribatte il motteggio con la visione che egli ha di un non lontano avvenire: i Guelfi Bianchi tentare affannosamente di forzar le porte della città che gli ha cacciati; ed esserne dai Guelfi Neri respinti: “tu saprai quanto quell'arte pesa„. Poi, non senza una nota d'affetto che quasi oscilla in quella fiera voce di partigiano, gli chiede ragione dell'odio senza tregua al quale Firenze ha in modo speciale e nominatamente consacrati, come per anatema, gli Uberti. Al che Dante ricorda l'Arbia sanguinosa: ma Farinata il consiglio d'Empoli, e sè rimasto “solo„ a difendere dai furori matricidi la patria, “Fiorenza„: e nel nome materno di lei paiono acquetarsi dall'una parte e dall'altra gli sdegni; e Dante s'inchina dinanzi al “magnanimo„ augurando alla sua travagliata discendenza riposo. E non senza sgomento della predizione, che questa volta è a lui personale, continua il viaggio pe' regni eterni.

Anche più personali le affettuose anticipazioni che del doloroso avvenire gli fa ser Brunetto: la città partigiana inimicarsi tutta quanta all'uom virtuoso, degno di ben altra cittadinanza; opposte fazioni anelare con pari ferocia allo strazio di lui: “tanto onore„, gli dice con filosofica alterezza il Maestro “la tua fortuna, tanto onor ti serba„. E Dante con gagliardo animo scrive anche quel testo; e a Beatrice, quando giungerà a lei, ne riserba la chiosa.

Ma non degna di tanto, sebbene imprecatagli contro e proprio in pieno petto scagliatagli (“e detto l'ho perchè doler ten debbia„), la predizione che Vanni Fucci gli fa d'uno di quelli episodi guerreschi ne' quali si consumarono, tra vane speranze, i primi anni del suo esilio: e l'accenno a quella rotta di Bianchi per un Malaspina capitano della Taglia guelfa Nera, si perde fra le bestemmie del pistoiese feroce, soffocate dall'avvinghiarglisi al collo i serpenti della settima bolgia. Così pure una rapida e indiretta allusione al suo esilio, con la quale Corrado Malaspina gli prenuncia le cortesie ospitali de' potenti Marchesi; e l'altra con che Oderisi da Gubbio gli fa presentire le strettezze e le umiliazioni di quella vita raminga, il “condursi a tremar per ogni vena„ nello stendere altrui la mano supplichevole; e un'altra, forse, allusione pure all'esilio, contenuta nel predirgli Bonagiunta che una giovine donna gli farà piacere il soggiorno di Lucca; non sono rilevate dal Poeta, come sole ha rilevato le due vere e proprie profezie: di Farinata e di ser Brunetto.

E tutte poi, finalmente, le “parole gravi di sua vita futura„, o siano formali profezie o rapide e quasi guizzanti allusioni, tutte le accoglie e vi pone il suggello, e le converte in enunciazione espressa, non Beatrice veramente, come Virgilio aveva assicurato al discepolo che sarebbe, ma l'antenato suo messer Cacciaguida, morto in Palestina crociato. Questo cambiamento, o discordanza, di personaggi si suole enumerare tra quelle disavvertenze che nella complessa e laboriosa macchina de' cento Canti immortali, anche rispetto ad alcun altro particolare, si osservano. Ma chi non perdona questa, che forse è di tutte la più osservabile, chi non la perdona all'autore? Il quale, determinate meglio in altro luogo, e pure per bocca di Virgilio, le attribuzioni che avrà Beatrice, di chiarire a Dante quanto è “opra di fede„; deposto a' piedi di lei, sulla vetta della montagna conquistata col pentimento, tutto quanto egli umanamente ha peccato, così ne' trascorsi del senso arrendevole, come ne' deviamenti della ragione ribelle, come nella subordinazione delle idealità speculative alle cure e alle brighe della vita operativa; nell'atto stesso che quasi sottrae al maestrato di Beatrice, trasferendolo in Cacciaguida, questo manifestamento che gli è largito de' suoi futuri travagli fra gli uomini; la fa a quel filiale abboccarsi di lui col crociato trisavolo partecipare mediante le più care manifestazioni di donna amante verso l'amante Poeta. Sin dalle prime parole di Cacciaguida al pronipote, gli occhi di Beatrice ardono di siffatto riso, “ch'io pensai co' miei toccar lo fondo della mia grazia e del mio paradiso„. Quando Dante nelle memorie della vecchia Firenze si esalta col suo nobile progenitore, quasi dimenticando per esse le realtà sovrumane alle quali è stato inalzato, Beatrice sorride amorevolmente di quella sua debolezza. Quando infine egli, con l'animo attristato, medita sulle sciagure da lui predettegli, è Beatrice che lo conforta distornandogli il pensiero da quelle alla giustizia divina, ed egli non ha virtù di ridire quel che gli occhi di lei in quel punto gli dissero: “e quale io allor vidi negli occhi santi amor, qui l'abbandono„. Per tal modo ciascuno de' due, Cacciaguida e Beatrice, hanno nell'episodio ufficii appropriati. A Cacciaguida, l'introdurre quel suo privilegiato discendente fra le care imagini del buon tempo antico, nell'antica cerchia della loro Firenze, fra la cittadinanza sobria, virtuosa, legittima, non ammorbata dai venturieri di gente nuova, non pericolata dalla “fellonia„ de' fattisi potenti ne' traffici, non sovvertita dalla feudal grandigia dei discesi dalle castella, e che forte di concordia e d'integrità portava alto il giglio tuttavia bianco del suo gonfalone: a Cacciaguida altresì, lo annunziargli l'esilio e presignargliene le vicende, dal suo macchinarsi nella Corte mondana di Roma, e poi attraverso alle agitazioni burrascose, lungo le stazioni più o men fide, tra le amarezze e i conforti, e le speranze ingannevoli, sino alla morte, che tutte le schianta, di Arrigo VII. A Beatrice, lo accompagnare i sentimenti che nel cuore di Dante si suscitano per quelle comunicazioni tra sè e l'onorando vegliardo, accompagnarli ella con cuore di donna, che le cure civili abbandona all'uomo, ma col trepido affetto le vigila; soccorrere ella al conturbarvisi di lui, e sorreggerlo e rialzarlo, con la superiorità dell'idea che essa rappresenta, e che a quelle cose contingenti sovrasta, come appunto l'idea ai fatti, l'eterno e il divino al transitorio e al mondano.

Quanto espresse e ripetute e variamente atteggiate menzioni ha il Poeta fatte del proprio esilio, altrettanto è nel Poema, non che scarsa, ma del tutto priva, e non che di espresse testimonianze, ma pur anco di allusioni, la sua vita civile fiorentina. Inutilmente vi cercheremmo traccia della sua partecipazione ai Consigli del Comune, sebbene di uno di quelli l'atto sopravvissutoci paia a noi oggi una gran cosa, perchè ci troviamo lui Dante opporsi che Firenze mandi aiuto di cavalieri alla crociata di papa Bonifazio contro i Colonnesi. Fu pel Comune ambasciatore: e dell'ambasciata sua a San Gimignano in servizio della Taglia Guelfa rimangono documenti; dell'altra a Bonifazio nell'autunno del 1301, testimonianze sicure: ma se quelli e queste non possedessimo, nulla ne avremmo potuto da parole sue argomentare. La soprastanza di lui all'addirizzamento d'una strada, che da Porta Guelfa doveva agevolare la venuta delle milizie di contado ad ogni chiamata de' magistrati per la esecuzione degli Ordinamenti di Giustizia, è da credere non fosse il solo ufficio in che egli si facesse solidale del reggimento popolare contro i Grandi, dai quali s'era staccato per voler essere appunto di popolo e di reggimento: ma il documento rimastocene, che con parole come queste, “via e porta fatte e messe, con grande caldo e spesa, per trattato e mossa della Signoria„, ci fa rilevare la importanza politica di tale ufficio, resa maggiore per averlo Dante tenuto nella primavera del fatale anno 1301, imminendo alla città la catastrofe di parte Bianca; non certo alcuna allusione, che da qualche verso della Commedia noi desidereremmo di poter collegare con quel documento. Come finalmente non meravigliarci che nel Poema non abbia trovato luogo qualche accenno al suo Priorato, e che sur una sì notevol pagina della vita di Dante non possiamo noi leggere una linea che sia di lui stesso, se non trascrivendovi, sulla fede di Leonardo Aretino suo biografo, quelle di una lettera perduta, a ogni modo bellissime, dove l'esule rivendica a que' suoi “infausti comizi„ e l'esserne egli stato degno per lealtà di buon cittadino, e l'essergliene derivate tutte le sventure che lo hanno percosso? E come non rilevare un po' crucciosamente, che il Poeta, il quale non fermò pur con uno de' suoi versi potenti questi solenni ricordi della propria vita, abbia invece, e in uno de' più fieri e concitati canti, quello de' Simoniaci e della dannazione predestinata ai papi Bonifazio e Clemente, abbia consacrate due intere terzine, e appostele formalmente come “suggel ch'ogni uomo sganni„, al fatto d'aver egli una volta, trovandosi “nel suo bel San Giovanni„, rotto un pozzetto del battisterio per salvare “un che dentro v'annegava?„

Vero è, bensì, che ai poeti non tanto sono da chiedere menzioni espresse de' fatti i quali abbian dovuto ispirarli, quanto imagini riflesse, che dai cuori più sdegnosi e più profondamente feriti, e come più i fatti son gravi e tragici usciranno più indirette ed oblique. Così è, forse, che lo avere, egli solo, in quel Consiglio del 19 giugno 1301 negato i soccorsi d'arme al Papa per le sue profane crociate. Dante lo ripensa scrivendo

Lo principe de' nuovi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin nè con Giudei,

chè ciascun suo nemico era Cristiano....