Leggete i Pianti della Madonna, e le Sacre Rappresentazioni della Passione! Ogni particolare più minuto è descritto; ogni goccia di sangue è contata; e con un efficace realismo si tien conto di tutto il processo materiale e meccanico della grande tragedia. Si odono i colpi di martello sui chiodi che traversano le mani divine, i colpi di canna sulla corona di spine che trafigge il cranio del Salvatore. — Poeti e pittori hanno sete di sanguinose visioni, di terrori, di lacrime. Guardate nel camposanto di Pisa il Trionfo della morte; l' Inferno in S. M. Novella; le Matres dolorosæ delle Scuole Umbra e Senese. E questa intensità di ascetiche visioni, quest'odio alla terra caduca e alla carne colpevole, diventa talvolta un vero contagio.
Dopo la gran catastrofe europea della peste nera, un furore di penitenze sanguinose spinge popolazioni intere a frenetiche corse. Armati di flagelli, segnati di una crocellina rossa, scalzi, seminudi, vanno senza saper dove, come spinti dal vento della collera divina; cantano canzoni strane, non mai prima udite; e via via, nella corsa vertiginosa, aumenta il gran coro delle voci e dei gemiti. Si flagellavano a sangue due volte il giorno. Mezza Europa fu invasa da questo esercito di deliranti: e in Germania ed in Francia si univano al popolo signori e dame. Nella sola Francia, nel 1349, il numero dei flagellanti fu di 800000.
Nelle chiese, i canti del dolore spasimante come lo Stabat, o del tragico terrore come il Dies iræ, echeggiavano sotto le vôlte delle nuove cattedrali — e alla luce mistica calante dai vetri istoriati, i devoti genuflessi fremevano e singhiozzavano. Allora, le giovani e deboli donne, le povere Margherite, a quei terribili canti, sentivano dietro a sè l'ombra del demonio, e nell'orecchio il disperante suo ghigno — e cadeano svenute.
III.
L' Eterno Femminino raffigurato nella Madonna, dolorosa o gloriosa, consolatrice degli afflitti e rifugio degli oppressi, domina su tutto il secolo XIII e XIV. Cimabue e Giotto, Dante e il Petrarca, qualche volta lo stesso Boccaccio, a lei consacrano il cuore e l'arte. Primo tra i Fiorentini, anzi primo in Europa, Cimabue vide, con gli occhi dell'anima, il volto della benedetta fra le donne, e con mano seguace la rappresentò agli attoniti contemporanei. Questa Madonna che da più di sei secoli si prega nella Chiesa di S. M. Novella, è il primo Magnificat che l'Arte risorta ha inalzato alla Vergine Madre. Forse Dante Alighieri vi si è inginocchiato pregando. È il primo palpito di moto e di vita, dopo le secolari rigidezze delle jeratiche figure bizantine. Da quella tavola, come da una remota e sacra sorgente, deriva tutto il gran fiume reale dell'arte italiana e europea: da Giotto a Holbein, da Michelangelo a Rembrandt, da Raffaello a Rubens, da Leonardo a Velasquez! Quello è il primo passo. Pensate quante cose vuol dire questa parola: il primo!
La leggenda narra (e il Vasari lo confermava e Gino Capponi lo ammetteva) che Carlo d'Angiò volle vedere quella pittura, che fu portata in trionfo per le strade, preceduta dai trombettieri, e sotto una pioggia di fiori.... Hanno voluto provare che ciò non è vero, che quella Madonna non è di Cimabue, che Cimabue è una specie di mito... Per carità, arrestiamoci su questa china di sistematiche negazioni e demolizioni. Siam giunti al punto che ciò che prima era bianco, oggi dev'esser nero per forza, e viceversa. C'è da perder la testa! Nerone era un simpatico mattoide che aveva del genio; e i Cristiani da lui incatramati e bruciati come torce viventi erano dei pericolosi cospiratori. San Paolo era piccolo, brutto, bilioso, ignorante. Giovanna d'Arco una sgualdrina, e Lucrezia Borgia una seconda Susanna. Omero non c'è mai stato, e l'Iliade s'è fatta da sè. La storia di Roma è tutta una raccolta di novelle. Carlomagno è un mito; Mosè una costellazione. Le tragedie di Shakespeare son di Bacone — i quadri di Raffaello non son più di Raffaello. Fra poco la Divina Commedia non sarà più di Dante, ma di Cecco d'Ascoli!...
IV.
Un altro grande italiano, il cui nome fu ignorato per secoli, versava sul Medio Evo e su tutti i tempi avvenire, la grazia, la luce e il conforto di una parola unica, la sola paragonabile alla divina parola — voglio dire l'abate Gersenio da Vercelli, autore dell' Imitazione di Cristo. L' Imitazione è indiscutibilmente opera del secolo XIII — precede di molti anni l'epoca terribile, piena di scontento e di collera, l'epoca apocalittica dei grandi lamenti sulla prostituta di Babilonia, sulle simonie e la schiavitù d'Avignone; l'epoca dei Concilii di Costanza e di Basilea. L'autore della Imitazione è un solitario, che ha vissuto, amato e sofferto, e che ha sentito tutta l'amara vanità delle cose del mondo. Nulla di scolastico in questo libro — anzi vi si rivela una istintiva antipatia pei nominalisti i sillogizzanti; per la scientia clamorosa della teologia parigina. La Bibbia, la meditazione, la solitudine, lo hanno sole ispirato. Ricorda infinitamente più Gioacchino di Flora e san Francesco d'Assisi, che san Domenico o san Tommaso. Vi è diffusa un'aura di raccoglimento e di pace, come dal sereno tramonto di una bella e limpida giornata d'autunno. Gran libro! consolatore di tutti i cuori malati che il mondo non può consolare — parola che calma e risana, che ha un raggio per ogni tenebra, e un balsamo per ogni ferita; che ha confortato e conforta sacerdoti e soldati, filosofi e poeti, re e mendicanti.
L'impressione che proviamo leggendo l' Imitazione, è consimile a quella che si riceve guardando i quadri dell'Angelico; nei quali la materia è come trasfigurata, e non resta che una forma eterea, circonfusa di luce e di azzurro.... Vi ricordate? — I beati, sorridendo celestialmente, con la testa stellata di raggi d'oro, nelle loro lunghe tuniche azzurre, rosee, violacee, passeggiano tenendosi per mano, in un mistico giardino, tra l'erba smaltata di fiori bianchi e rossi; e in alto, nell'azzurro intenso, s'intravedono le ali iridate degli angeli.