Eravamo pur dianzi alla culla dell'antica civiltà greca e romana. Eccoci al suo funerale. Su tutti i paesi del bacino del Mediterraneo era passata la pialla livellatrice della mondiale dominazione romana, e ciò per lunghi secoli. Dove non faceva resistenza il greco, tutti i linguaggi nazionali avevano dovuto cedere a un latino corrotto; non v'erano più differenze di nazionalità; non v'erano più Galli, Iberi, Liguri, Norici; tutti eran divenuti Romani. L'amministrazione romana e il diritto romano avevano sciolti dappertutto gli antichi aggruppamenti di schiatta, e distrutto con ciò l'ultimo avanzo di indipendenza locale e nazionale. La qualità di Romano conferita a tutti non offriva un compenso; essa non esprimeva una nazionalità, ma solo la mancanza di ogni nazionalità. Gli elementi di nuove nazioni esistevano dappertutto; i dialetti latini delle diverse provincie si differenziavano sempre più; i confini naturali, che in passato avevano fatto territorii indipendenti l'Italia, la Gallia, la Spagna, l'Africa, esistevano e si sentivano ancora. Ma in nessun luogo esisteva la forza di aggruppare questi elementi in nuove nazioni; in niun luogo restava traccia di capacità di sviluppo, di forza di resistenza, e, meno ancora, di una forza creativa. L'immensa massa umana di quell'immenso dominio non aveva che un vincolo: lo Stato romano, e questo era divenuto col tempo il suo peggior nemico ed oppressore. Le provincie avevano annientata Roma; Roma stessa era divenuta una città di provincia come le altre — privilegiata, ma non più signora, non più centro dell'Impero mondiale, non più neppure sede degli imperatori e dei sotto-imperatori, che risiedevano a Costantinopoli, a Treviri, a Milano. La Stato romano era divenuto una gigantesca e complicata macchina, non ad altro diretta che a dissanguare i sudditi. Tributi, requisizioni e prestazioni forzate di lavoro riducevano la massa della popolazione in una povertà sempre più desolante; l'oppressione raggiunse l'insopportabile colle estorsioni dei governatori, dei percettori delle imposte, dei soldati. A questo era riuscito lo Stato romano col suo dominio universale: esso fondava il suo diritto all'esistenza sulla conservazione dell'ordine all'interno e sulla protezione contro i barbari all'estero; ma il suo ordine era peggiore del più tristo disordine, e i barbari, contro i quali esso pretendeva difendere i cittadini, venivano da questi invocati quali salvatori.
La situazione sociale non era meno disperata. Già dagli ultimi tempi della Repubblica la dominazione romana era riuscita allo sfruttamento inconsiderato delle provincie conquistate; l'Impero non aveva abolito questo sfruttamento, al contrario lo aveva disciplinato. Quanto più l'Impero decadeva, tanto più crescevano tributi e prestazioni, tanto più spudoratamente i funzionari rubavano ed angariavano. Il commercio e l'industria non erano state mai il forte dei Romani, dominatori dei popoli; solo nell'usura essi hanno superato tutto ciò che si fece prima e dopo di loro. Quel tanto di commercio, che si era trovato e conservato, andò in rovina sotto le estorsioni dei funzionarii; quello che perdurò, riguardava la parte greca, orientale dell'Impero, che esorbita dal nostro quadro. Impoverimento generale, regresso del commercio, del mestiere, dell'arte, decremento della popolazione, decadenza delle città, ritorno dell'agricoltura ad uno stadio inferiore — questo fu il risultato finale della dominazione mondiale romana.
L'agricoltura, il principale ramo di produzione in tutto il mondo antico, era tale più che mai. In Italia gli immensi latifondi, sin dalla fine della Repubblica occupanti quasi tutto il territorio, erano stati utilizzati in due modi: o come pascoli, nei quali la popolazione era sostituita da pecore e da buoi, la cui custodia non richiedeva che pochi schiavi; o come ville, dove masse di schiavi esercitavano l'orticoltura in grande, in parte pel lusso del proprietario, in parte per lo smercio sui mercati delle città. I grandi pascoli si erano conservati ed anche estesi; le ville e la loro orticoltura erano rovinate coll'impoverimento dei loro possessori e colla decadenza delle città. La coltura dei latifondi, fondata sul lavoro schiavo, non dava più profitto, ma essa era allora l'unica forma possibile di grande agricoltura. La piccola coltura era ridivenuta la sola forma rimuneratrice. Le ville furono frazionate, l'una dopo l'altra, in piccole parcelle, e concesse ad enfiteuti, che pagavano una data somma, o a parziarii, più fattori che fittaiuoli, che ricevevano il sesto o appena la nona parte dal prodotto annuo pel loro lavoro. Ma a preferenza questi piccoli spezzoni di campi erano concessi a coloni, che pagavano una data somma annua, che erano legati alla gleba e che potevano essere venduti con questa; essi non erano veri schiavi, ma neanche liberi, non potevano contrarre matrimonio con liberi, e i matrimonii tra loro non erano considerati come pienamente validi, ma, a guisa di quelli degli schiavi, come un semplice concubinato (contubernium). Erano i precursori dei servi del medio-evo.
L'antica schiavitù aveva fatto il suo tempo. Nè in campagna nella grande agricoltura, nè nelle manifatture delle città essa dava più un profitto rimuneratore — il mercato pei suoi prodotti non esisteva più. E la piccola agricoltura e il piccolo mestiere, a cui erasi ristretta la gigantesca produzione dei tempi floridi dell'Impero, non aveva posto per numerosi schiavi. Soltanto per gli schiavi domestici e di lusso dei ricchi c'era ancora posto nella società. Ma la morente schiavitù bastava ancora tuttavia a far apparire ogni lavoro produttivo un compito da schiavi, indegno di un libero Romano — e chi non lo era oramai? Quindi, da un lato, aumentavano le affrancazioni degli schiavi superflui, divenuti un peso; dall'altro si moltiplicavano quà i coloni, là i liberi pezzenti (analoghi ai poor whites degli ex-Stati schiavisti d'America). Il Cristianesimo è affatto innocente del graduale estinguersi dell'antica schiavitù. Esso ha secondata la schiavitù per lunghi secoli nell'Impero romano, e in seguito non ha mai impedito ai cristiani il commercio degli schiavi, nè quello degli Alemanni nel Nord, nè quello dei Veneziani sul Mediterraneo, nè più tardi, la tratta dei negri[26]. La schiavitù cessò, perchè non dava più profitto. Ma la morente schiavitù lasciò dietro il suo venefico pungiglione, nella proscrizione del lavoro produttivo dei liberi. Questo il cul di sacco in cui s'era ficcato il mondo romano: la schiavitù era economicamente impossibile, il lavoro dei liberi era moralmente bandito. L'una non poteva più essere, l'altro non poteva essere ancora, la base della produzione sociale. Unico scampo, in simile caso, una rivoluzione completa.
La situazione non appariva migliore nelle provincie. A questo proposito è sulle Gallie che abbiamo i maggiori ragguagli. Ivi, allato ai coloni, c'erano ancora piccoli contadini liberi. Per guarentirsi dagli arbitrii dei funzionarii, dei giudici e degli usurai, essi si ponevano sovente sotto la protezione o il patronato di un potente; nè soltanto gli individui, ma intiere comunità, talchè gli Imperatori, nel quarto secolo, emanarono in proposito parecchi divieti. Ma che giovava mai a coloro che cercavano protezione? Il padrone poneva loro la condizione di trasferire in testa sua la proprietà del loro fondo, e in ricambio glie ne assicurava l'usufrutto vita durante — gherminella che ben avvertì la santa Chiesa e che imitò bravamente, nel IX e nel X secolo, per l'incremento del regno di Dio e della proprietà terrena sua propria. Vero è che allora, verso l'anno 475, il vescovo Salviano di Marsiglia inveiva ancora contro simili ladronecci e narrava che l'oppressione dei funzionarii e dei grandi proprietarii terrieri romani era divenuta così grave, che molti «Romani» fuggivano nelle contrade già occupate dai Barbari, mentre i cittadini romani, che vi dimoravano, nulla temevano di più che di ritornare sotto il dominio romano. Che, in quel tempo, sovente, per povertà, dei genitori vendessero i loro figli come schiavi, lo dimostra una legge diretta ad infrenare quest'uso.
Per avere i barbari Germani liberato i Romani dal loro proprio Stato, tolsero loro due terzi di tutto il territorio e se lo divisero fra loro. La divisione si fece secondo la costituzione gentile; stante il numero relativamente piccolo dei conquistatori, grandissime zone rimasero indivise, e proprietà in parte di tutto il popolo, in parte delle singole tribù e genti. In ogni gente i campi e le praterie erano divisi in parti eguali e sorteggiati tra le singole famiglie; ignoriamo se, nei primi tempi avessero luogo divisioni periodiche; comunque, questo costume cessò bentosto nelle provincie romane, e le parti di ciascuno divennero proprietà privata alienabile, allodio. Il bosco e il pascolo restò indiviso per l'uso comune; quest'uso, come il modo di coltivazione della campagna divisa, era regolato conforme all'antico costume e alle deliberazioni della collettività. Come più la gente stava fissa nel suo villaggio, e i Germani e i Romani a poco a poco si fondevano, tanto più il vincolo di parentela cedeva a quello meramente territoriale; la gente si perdeva nella associazione della marca, nella quale tuttavia si ritrovano bene spesso le traccie della originaria consanguineità dei compagni. Così la costituzione gentile, almeno nei paesi dove conservossi la comunità della marca — il Nord della Francia, l'Inghilterra, la Germania, la Scandinavia — si trasformò insensibilmente in una costituzione locale, diventando con ciò atta ad essere assorbita nello Stato. Ma essa serbò tuttavia il carattere democratico primitivo, proprio a tutta la costituzione gentile, e questo carattere, sopravvissuto anche nelle degenerazioni successive, fu un arme in mano degli oppressi, che li francheggiò insino ai tempi moderni.
Se dunque il vincolo del sangue si smarrì presto nella gente, ciò avvenne perchè, anche nella tribù e in tutto il popolo, i suoi organi degenerarono per effetto della conquista. Sudditanza e costituzione gentile sappiamo che sono incompatibili. Qui lo vediamo confermato su vasta scala. I popoli Germani, signori delle provincie romane, dovevano organizzare questa loro conquista. Ma nè si potevano accogliere le masse romane nei corpi gentili, nè dominarle col mezzo di questi. Alla testa dei corpi amministrativi locali romani, la più parte ancor vivi, conveniva porre qualcosa che sostituisse lo Stato romano, e questo non poteva essere che un altro Stato. Gli organi della costituzione gentile dovevano quindi trasformarsi in organi di Stato, e ciò assai rapidamente, poichè le circostanze urgevano. Ma il rappresentante immediato del popolo conquistatore era il duce dell'esercito. La sicurezza interna ed esterna del territorio conquistato richiedeva il consolidamento del suo potere. Il momento era giunto per la trasformazione del comando militare in monarchia: essa si compì.
Prendiamo l'Impero dei Franchi. Quivi al popolo vittorioso dei Salii toccarono in pieno possesso non solo i vasti dominii dello Stato romano, ma altresì tutte le vastissime zone che, nelle maggiori e minori società di marca e di distretto, erano rimaste indivise, massime tutti i grandi territorii boscosi. La prima cosa che fece il re franco, di semplice comandante supremo divenuto un vero regnante, fu di tramutare questa proprietà pubblica in proprietà regia, rubarla al popolo e donarla o concederla al suo seguito. Questo seguito, originariamente composto della sua scorta personale da guerra e degli altri sotto-capi dell'esercito, si rafforzò presto non solo con Romani, cioè con Galli romanizzati, che, per la loro arte dello scrivere, per la loro coltura, per la loro conoscenza della lingua volgare romana e dell'idioma scritto latino, come pure del diritto del paese, bentosto gli divennero indispensabili, ma altresì con schiavi e con affrancati, che formavano la sua Corte e tra i quali egli sceglieva i suoi favoriti. A tutti costoro furono dapprima per lo più donati lotti di territorio pubblico, poi furono loro concessi sotto forma di benefizî, che da principio per lo più duravano quanto la vita del re; fu così creata la base di una nuova nobiltà a spese del popolo.
Non basta. La vasta estensione dell'Impero non poteva governarsi coi mezzi dell'antica costituzione gentile; il Consiglio dei capi, se anche non fosse da lungo tempo cessato, non sarebbesi potuto riunire, e fu presto sostituito dal seguito permanente del re; l'antica assemblea del popolo si mantenne in apparenza, ma anch'essa divenne sempre più nient'altro che la riunione dei sotto-capi dell'esercito e dei grandi recentemente sorti. I contadini, liberi proprietarii del suolo, la massa del popolo franco, furono stremati e rovinati dalle eterne guerre civili e di conquista — queste ultime specialmente sotto Carlo Magno — quanto lo erano stati i contadini romani negli ultimi tempi della Repubblica. Essi, che avevano formato in origine tutto l'esercito, e dopo la conquista della Francia il nucleo di esso, in principio del nono secolo erano così impoveriti, che appena il quinto degli uomini poteva ancora servire. Alle leve di liberi contadini, bandite direttamente dal re, subentrò un esercito composto dei vassalli dei nuovi grandi, tra i quali anche contadini asserviti, discendenti di quelli, che prima non avevano conosciuto altro signore che il re, e ancor prima nessun signore affatto, neanche il re. Sotto i successori di Carlo, la rovina dei contadini franchi fu consumata dalle guerre interne, dall'indebolimento del potere regio e dalle corrispondenti usurpazioni dei grandi, ai quali si aggiunsero allora anche i Conti di distretto, istituiti da Carlo e aspiranti all'ereditarietà della carica; finalmente dalle invasioni dei Normanni. Cinquant'anni dopo la morte di Carlo Magno l'Impero franco giaceva spossato ai piedi dei Normanni, così come, quattro secoli prima, l'Impero romano ai piedi dei Franchi.
E non solo l'impotenza all'estero, ma anche l'ordine o piuttosto il disordine sociale interno era quasi il medesimo. I liberi contadini franchi nulla ebbero da invidiare ai loro predecessori, i coloni romani. Rovinati dalle guerre e dai saccheggi, essi avevano dovuto porsi sotto la protezione dei nuovi grandi o della Chiesa, poichè il potere regio era troppo debole per proteggerli; ma questa protezione dovettero pagarla a caro prezzo. Come un tempo i contadini Galli, essi dovevano trasferire al protettore la proprietà del loro fondo e tornarlo a ricevere da lui come bene livellario, sotto forme diverse e mutevoli, ma sempre contro prestazione di servizii e pagamento di canoni; ridotti a questa forma di dipendenza, essi perdettero a poco a poco anche la libertà personale; dopo poche generazioni, la più parte erano già servi. Come presto tramontasse la libertà del contadino, lo dimostra il catasto di Irminone dell'abbazia di Saint-Germain-des-Près, allora presso ed ora entro Parigi. Sui vasti tenimenti di questa badìa, sparpagliati nei dintorni, risiedevano ancora, ai tempi di Carlo Magno, 2788 economie domestiche, quasi tutte franche con nomi tedeschi. Vi si contavano 2080 coloni, 35 liti, 220 schiavi e solo 8 liberi fittaiuoli! La pratica, dichiarata empia da Salviano, per la quale il protettore trasferiva in sua proprietà il fondo del contadino, e non glielo riconcedeva che in usufrutto, e solo sua vita durante, veniva ora generalmente esercitata coi contadini dalla Chiesa. Le prestazioni obbligatorie di lavoro, che venivano sempre più in uso, avevano avuto il loro modello così nelle angarie romane, servizii coattivi per lo Stato, come nei lavori dei compagni di marca Germani per la costruzione di ponti e strade e per altri scopi di comune interesse. La massa della popolazione sembra dunque, dopo quattro secoli, tornata al suo punto di partenza.