Studiammo di sopra partitamente le tre forme principali, nelle quali lo Stato si eleva sulle rovine della costituzione gentile. Atene presenta la forma più pura e più classica: ivi lo Stato scaturisce direttamente e principalmente dagli antagonismi di classi, che si sviluppano entro la stessa società gentile. In Roma, la società gentile diviene un'aristocrazia chiusa, in mezzo ad una plebe numerosa, che sta fuori di essa, priva di diritti, ma carica di doveri; la vittoria della plebe demolisce l'antica costituzione gentile, e sui suoi rottami fonda lo Stato, in cui aristocrazia gentile e plebe bentosto si confondono del tutto. Infine, presso i Germani conquistatori dell'Impero romano, lo Stato nasce direttamente dalla conquista di un grande territorio straniero, a dominare il quale la costituzione gentile non offriva mezzo veruno. Ma poichè a questa conquista non si connette nè una seria lotta coll'antica popolazione, nè una più progredita divisione del lavoro; poichè lo stadio di sviluppo economico dei conquistati e quello dei conquistatori sono supergiù gli stessi, e la base economica della società rimane quindi l'antica; perciò la costituzione gentile può perdurare lunghi secoli nella nuova forma territoriale di costituzione di marca, e ringiovanire anche per un certo tempo in forma affievolita nelle successive schiatte nobili e patrizie, ed anche nelle schiatte contadinesche, come fra i Dithmarsci[29].

Lo Stato non è quindi affatto un potere imposto alla società dal di fuori; altrettanto poco esso è «l'attuazione dell'idea morale», «l'imagine e la realtà della ragione», come pretende Hegel. Esso è invece un prodotto della società ad un determinato stadio di evoluzione; è la confessione che questa società si avviluppa in una insolubile contraddizione con sè stessa, scissa in antagonismi inconciliabili, che è impotente a bandire. Ma affinchè questi antagonismi, cioè queste classi con interessi economici contendenti, non distruggano sè stesse e la società in lotte infeconde, diventò necessario un potere che stesse apparentemente al di sopra della società, per attutire il conflitto e tenerlo nei limiti dell'«ordine»; e questo potere, sorto dalla società, ma che si colloca al di sopra di essa, e le si rende di più in più estraneo, è lo Stato.

Di fronte all'antica organizzazione gentile, ciò che caratterizza lo Stato è, in primo luogo, la divisione dei cittadini secondo il territorio. Le antiche associazioni gentili, formate e tenute insieme da vincoli di sangue, erano, come vedemmo, divenute insufficienti, in gran parte perchè presupponevano compagni vincolati ad un determinato territorio, il che era già cessato da un pezzo. Il territorio era rimasto, ma gli uomini erano divenuti mobili. Si prese quindi la divisione del territorio come punto di partenza, e i cittadini dovettero adempiere i loro diritti e doveri pubblici là dove essi si stabilivano, senza riguardo a gente ed a tribù. Questo organamento dei membri dello Stato, secondo la località cui appartengono, è comune a tutti gli Stati. Esso quindi ci sembra naturale; ma vedemmo sopra, quali dure e lunghe lotte furono necessarie, prima che esso potesse, in Atene e in Roma, prendere il posto dell'antico organamento per genti.

Il secondo carattere è la istituzione di una forza pubblica, che non coincide più immediatamente colla popolazione organantesi da sè come forza armata. Questa forza pubblica speciale è necessaria, poichè uno spontaneo organamento armato della popolazione è fatto impossibile dalla divisione in classi. Gli schiavi appartengono anch'essi alla popolazione; i 90,000 cittadini ateniesi, non formano, di fronte ai 365,000 schiavi, che una classe privilegiata. Il popolo armato della democrazia ateniese era una forza pubblica aristocratica di fronte agli schiavi, e li teneva in freno; ma per tenere a freno anche i cittadini, fu necessaria una gendarmeria, come si è sopra narrato. Questa forza pubblica esiste in ogni Stato; essa non consiste soltanto di uomini armati, ma anche di accessorii materiali, prigioni e apparati coercitivi di ogni sorta, affatto ignoti alla società gentile. Essa può essere di poco conto, quasi impercettibile, in società nella quale gli antagonismi di classi non si sieno ancora sviluppati, e su territorii isolati, come, in certi tempi e luoghi, negli Stati-Uniti d'America. Ma essa s'accresce a misura che gli antagonismi di classi si acuiscono nello Stato, e che gli Stati limitrofi divengono più grandi e più popolosi — si consideri solo la nostra odierna Europa, dove la lotta di classi e la concorrenza della conquista hanno elevato la forza pubblica a un'altezza, dalla quale essa minaccia di ingoiare tutta la società e lo Stato medesimo.

Per mantenere in piedi questa forza pubblica, sono necessarie le contribuzioni dei cittadini dello Stato — le imposte. Queste erano affatto sconosciute alla società gentile. Oggi ne sappiamo qualche cosa. Ma col crescere dell'incivilimento esse non bastano già più; lo Stato trae cambiali sull'avvenire, contrae prestiti, debiti dello Stato. Anche di questi la vecchia Europa ne conosce una litania.

In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere le tasse, ecco ora i funzionarii, organi della società sopra la società. La deferenza libera, spontanea, che veniva tributata ai magistrati della costituzione gentile, non basta loro quand'anche potessero averla; strumenti di un potere divenuto estraneo alla società, essi debbono ottenere il rispetto con leggi eccezionali, mercè le quali acquistano una santità ed una inviolabilità particolare. Il più miserabile poliziotto dello Stato incivilito ha più «autorità» che non tutti i magistrati della società gentile presi insieme; ma il principe più potente e il più grande uomo di Stato o Generale della civiltà può invidiare il più meschino capo gentile per la spontanea e incontestata stima che gli vien tributata. L'uno sta in mezzo alla società; l'altro è obbligato a voler rappresentare qualche cosa al di fuori e al di sopra di essa.

Lo Stato è adunque nato dal bisogno di frenare gli antagonismi di classe; ma, poichè al tempo stesso esso è nato in mezzo al conflitto di queste classi, ordinariamente è lo Stato della classe la più potente, di quella che ha il dominio economico e che, mercè questo, acquista anche il dominio politico, e con ciò un nuovo mezzo per la soggiogazione e per lo sfruttamento delle classi oppresse. Così lo Stato antico era sopratutto lo Stato dei possessori di schiavi per la oppressione degli schiavi, come lo Stato feudale era l'organo della nobiltà per la soggiogazione dei contadini servi e vassalli, e il moderno Stato rappresentativo è lo strumento del capitale che sfrutta il lavoro salariato. Eccezionalmente però avvengono periodi, in cui le classi contendenti si equilibrano talmente, che il potere dello Stato, quale apparente mediatore, acquista momentaneamente una certa indipendenza di fronte a ciascuna di esse. Così la monarchia assoluta dei secoli XVII e XVIII tiene in bilancia la nobiltà e la borghesia; così il bonapartismo del primo e sopratutto del secondo Impero francese si serviva del proletariato contro la borghesia e della borghesia contro il proletariato. La più recente produzione del genere, nella quale dominatori e dominati appaiono egualmente comici, è il nuovo Impero tedesco bismarckiano; quivi capitalisti e lavoratori sono tenuti in equilibrio e canzonati egualmente, a profitto dei rovinati nobiluzzi campagnuoli prussiani.

Nella più parte, inoltre, degli Stati storici, i diritti spettanti ai cittadini sono graduati in ragione dei beni posseduti, il che fa direttamente palese che lo Stato è un'organizzazione a favore della classe possidente contro i non possidenti. Così già nelle classi a base di censo, ateniesi e romane. Così nello Stato feudale del medio-evo, dove il grado di potere politico corrispondeva alla proprietà fondiaria. Così nel censo elettorale dei moderni Stati rappresentativi. Questo riconoscimento politico delle differenze di proprietà non è però affatto essenziale. Al contrario, esso denota uno stadio inferiore nella evoluzione dello Stato. La più alta forma dello Stato, la repubblica democratica — che nei nostri moderni rapporti sociali diviene una necessità di più in più ineluttabile, ed è la sola forma di Stato, nella quale possa combattersi l'ultima lotta decisiva tra proletariato e borghesia — la repubblica democratica non tiene più ufficialmente alcun conto delle differenze di proprietà. In essa la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma tanto più sicuramente. Da un lato, sotto la forma di corruzione diretta dei funzionarii, di cui l'America è l'esempio classico; dall'altro, sotto la forma dell'alleanza tra il Governo e la Borsa, alleanza che si effettua tanto più facilmente, quanto più crescono i debiti dello Stato, e quanto più le Società per azioni concentrano nelle loro mani, non solo i mezzi di trasporto, ma anche la produzione stessa, per ritrovar poi nella Borsa il loro centro. Di ciò, oltre l'America, è un esempio palmare l'attuale Repubblica francese, e anche la onesta Svizzera ha offerto il suo su questo terreno. Ma che a questa fraterna alleanza del Governo colla Borsa non sia affatto necessaria la repubblica democratica, lo prova, oltre l'Inghilterra, il nuovo Impero tedesco, dove non è facile dire, se il suffragio universale abbia portato più in alto Bismarck o Bleichröder. E infine la classe possidente domina direttamente a mezzo del suffragio universale. Finchè la classe oppressa, cioè nel caso nostro il proletariato, non è ancora matura per la propria emancipazione, essa riconoscerà, nella sua maggioranza, l'ordine sociale esistente come l'unico possibile e starà politicamente in coda alla classe capitalistica, sarà la sua più estrema ala sinistra. Ma a misura che essa si avvicina alla propria emancipazione, essa si costituisce come partito a sè, ed elegge rappresentanti suoi proprii, non quelli dei capitalisti. Il suffragio universale è quindi il gradimetro della maturità della classe lavoratrice. Di più esso non può essere e non sarà mai nello Stato odierno; ma ciò anche basta. Il giorno in cui il termometro del suffragio universale segnerà pei lavoratori il punto di ebollizione, essi sapranno altrettanto bene quanto i capitalisti che cosa ciò vorrà dire.

Lo Stato non esiste dunque ab eterno. Vi furono società che fecero senza di esso i loro affari, e che non ebbero alcuna idea dello Stato e del potere dello Stato. A un dato stadio dell'evoluzione economica, stadio necessariamente connesso colla scissione della società in classi, questa scissione rese necessario lo Stato. Noi ci avviciniamo ora a gran passi a uno stadio di sviluppo della produzione, nel quale la esistenza di queste classi, non solo cessò di essere una necessità, ma diventa un'ostacolo positivo alla produzione. Esse cadranno, colla stessa ineluttabilità colla quale già son sorte. Con esse, inevitabilmente, cade lo Stato. La società, che riorganizza la produzione sulla base dell'associazione libera ed eguale dei produttori, trasporterà tutta la macchina dello Stato a quello che sarà allora il suo posto: al museo delle antichità, accanto al mulinello a mano e all'ascia di bronzo.