E nulla d'angusto, nulla di meschino s'accompagnava in lui a questa ingenua fede. La sua indulgenza era grande come la sua disciplina. Egli era venuto verso me con abondanza di cuore non certo attratto da odor di santità ma solo dal pregio di un'anima sempre vigile; perché una povera serva gli aveva detto che io consumavo nelle mie notti più olio d'oliva che non ne bisognasse alla lampada perpetua della Cappella. E la finezza della sua mente corrispondeva alla delicatezza del suo cuore. Un nobile ritegno governava ogni suo atto e ogni sua parola, quando egli era per appressarsi all'intima vita dell'amico. Non prodigava i consigli, anzi non ne dava quasi mai; ma la sua semplice presenza era un soccorso coperto.
Vidi un giorno su la collina di Francavilla, in un sentiero selvaggio che conduceva al Convento ove col mio grande e puro Francesco Paolo Michetti mi credo aver vissuto i miei giorni migliori, vidi un giorno a maraviglia per una proda il tronco tagliato d'un vecchio alloro rimettere un gran numero di germogli che al lor nascere avevan l'aria di sprizzare dal legno come faville verdi. Ogni volta che passavo, il tronco pareva cangiare tutte quelle cimette vive in lingue loquaci per dirmi: «Non disperare, non disperare». Non altrimenti risfavillava di sempre fresca speranza il mio amico. Egli conosceva la sentenza e la vignetta dell'Ars moriendi. «Havvi un sol fallo grave al mondo: il fallo di chi dispera. Ben più colpevole fu Giuda in disperare che il Giudeo in crocifiggere Gesù.» E, quando andava a visitare i poveri, gli infermi, i prigionieri e ogni sorta di peccatori in angustia, soleva dire che quattro Santi l'accompagnavano: San Pietro il qual rinnegò tre volte il suo Maestro; Maria Maddalena a cui tanto pesò la sua carne impura; il persecutore San Paolo che Iddio convertì con la folgore; il buon ladrone che non si pentì se non nelle braccia della croce infame.
Come taluno dei nostri Beati italiani, egli conciliava in sé quei doni che appartengono alla vita contemplativa con quei doni che appartengono alla vita attiva «poiché tutti procedono da uno spirito stesso». Per lunghi anni nella sua città natale egli governò le corporazioni cattoliche più operose, ed esercitò la carità con tal larghezza da meritare il soprannome d'Elemosinario. «Dispersit, dedit pauperibus.» Donò grandemente, e senza contare, e sempre di nascosto. Non so s'egli abbia mai ricoverato nel suo letto un mendicante, come quel Blaise Pascal del quale ignorò sempre i tormenti le vertigini e le febbri; ma più volte, come un servo umile e pronto, rigovernò la casa de' suoi poveri e de' suoi malati. Quegli che aveva tanta luce su la sua fronte, amava aver tanta ombra su le sue mani! Per lui non era detto già: «Nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua», ma era detto: «Non sappia la tua destra quel che la tua destra dà». Quando la segreta elemosina ebbe di molto assottigliato il suo patrimonio, lo punse carità dei figli, ch'ebbe numerosi e ben nati. Divise tra loro il rimanente, avendo altrove conquistato una indivisibile signoria; e si ritrasse nella Landa ad abitare seco. Che cosa debba fare colui che seco abita, egli lo sapeva dall'Antico ma meglio dalla sua stessa aspirazione. «Secum purgatur, orat, legit, et meditatur.»
Divotissimo era di San Domenico; e sotto il vocabolo del sublime amico di San Francesco è posto il tetto ch'egli mi concesse. Per umiltà egli volle andare ad abitare nell'antica infermeria dei Padri Domenicani, che aveva ricomperata a causa d'amore. È una bruna casipola di legno, tra l'ombra della Cappella e l'ombra della pineta. In quella scelse la stanza più modesta, sapendo che «la cella di continuo abitata diventa dolce». Quando la Landa rombava come l'Oceano, allo sforzo del vento, egli credeva essere sopra un vascelletto in punto di salpare per l'ultimo viaggio. Ma quando l'oro primaverile colava sul balcone giù dal minuto crivello dei pini e gli uccelli facevano il lor concerto, quella era la casa lieve ch'io m'avevo sognata più d'una volta, era «la casa in sul ramo», lieve, sonora, pronta.
Aveva quivi trasportato un piccolo organo da mantici, perché amava la musica sacra e sonava con grazia qualche mottetto. Come quel soave domenicano Enrico Suso, egli si piaceva di chiamarsi «il servitore»; e, come lui, doveva certo ogni mattina, svegliandosi all'ora della Salutazione angelica, udire entro di sé una voce cantare nel modo minore le parole: «Maria, la Stella del Mare, ecco, si leva».
Un giorno, entrando, lo trovai assopito davanti alle due tastiere; e trattenni il piede e il respiro per non isvegliarlo, tanta beatitudine mi apparì nel suo volto. Ripensai a quel ch'egli m'aveva narrato del giovine Suso. Forse anch'egli sognava d'essere nel mezzo del concerto celeste a cantare il Magnificat; e la Vergine gli veniva incontro e, per segno d'aver gradito un'offerta di rose, gli comandava di cantare il versetto: «O vernalis rosula!»
Fin dalla sua prima visita, fin dall'ora di quel pianto repentino che rimase in fondo alla nostra amicizia come non so che misteriosa freschezza, credo ch'egli sperasse di volgermi all'esercizio della preghiera secondo il suo rito. Ma non mai, neppure per un attimo, assunse aspetto e tono di convertitore. Aveva un suo modo gentilissimo di farmi sentire che v'era fra noi un bel segreto, del quale non conveniva ragionare. Talvolta, se qualche mia parola giusta lo toccasse, mi guardava intento, sospeso, con uno sguardo singolare in cui pareva quasi direi trasposta l'attenzione d'un'orecchia inclinata, fattosi somigliante a tale che abbia udito un suono rivelatore e ne segua le onde per ansia di riconoscerlo. Talvolta anche, in certe pause, mi dava imagine di un uomo che, stando in una contrada al principio della primavera quando i succhi cominciano a muovere, si ponga in ascolto per desiderio di cogliere la melodia indistinta della linfa che in breve trasfigurerà ogni creatura abbarbicata alla terra. Così la sua illusione spiava in me l'opera interiore della Grazia.
Lo raggio della grazia in che s'accende
verace amore, e che poi cresce amando...
Gli parlavo di Dante; e mi commoveva la sete ch'egli aveva di quella gran fonte. Un giorno gli raccontai come io avessi contemplata nella cattedrale di Amiens la Speranza scolpita in quel modo che il Poeta la canta nel Paradiso quando Beatrice nell'ottavo cielo gli mostra il barone