Quando entrai nella piccola infermeria domenicana, al primo sguardo conobbi che l'uomo da bene aveva già abbracciata la nostra suora morte corporale e se la teneva ben sensata contro il suo petto. Primamente, non veduto, lo vidi in uno specchio. Una donna, dolce e severa, che poteva essere Sant'Anna col suo mazzo di chiavi appeso al fianco, m'aveva condotto sul verone di legno ove s'affacciava la camera dell'infermo; e s'era ritratta, per lasciarmi solo con lui, per non farsi testimone inopportuna del nostro turbamento. Nell'appressarmi alla soglia, scorsi su la parete lo specchio e dentrovi, dentro quella specie d'orrore inaccessibile e rischiarato, il vecchio che stava seduto, intentissimo, tenendo ambe le mani premute su l'atroce ospite carnale che gli rodeva la bocca dello stomaco. Mi soffermai, con uno spaventoso tremito nel cuore, perché veramente dentro quel vano la morte era visibile come nelle Danze macabre, e tutta l'imagine veramente era di là dal velo. Egli alzò le ciglia e sussultò abbandonando le mani su le ginocchia, perché mi scoperse anch'egli nella spera e mi vide venire a lui non dalla vita diurna, non dall'aria e dalla luce, ma dal fondo di quel pallido sepolcro. E, com'entrai, mi parve non di varcare una soglia comune ma di superare un limite tremendo.
Non conosco, nella storia della santità, una preparazione al transito più bella di questa. San Francesco, pur conversando con la sua suora infermitade, lasciò che i medici tentassero di combatterla. Riconobbe d'aver sempre trattato troppo duramente il suo corpo e mostrò di pentirsene. «Giubila, frate corpo, e dammi perdonanza; che or mi conviene satisfare a' tuoi disii.» I dottori pontificii, a Fonte Colombo, gli cavarono sangue, lo vessicarono e cauterizzarono. Col ferro rovente gli affocarono le tempie, mentr'egli pregava «frate focu» che soffrire non lo facesse oltre sopportazione. Ad Assisi, nella casa del Vescovo, di continuo lo curava il medico aretino. Di tratto in tratto era preso da qualche strana voglia e mandava in cerca i suoi frati che talvolta, come nella notte del prezzemolo, s'impazientivano. Alla Porziuncola Giacomina Settesoli gli apprestò quella vivanduzza romana prediletta, quel camangiare di mandorle, che durante la malattia aveva spesso desiderato. Dopo, sentendo prossima la fine, si fece spogliare d'ogni vestimento e colcare su la terra ignudo.
Il mio amico dedusse quest'ultimo esempio fin dal principio, non pel suo corpo ma per l'anima sua. Spogliato di tutto egli era come mi pareva non potesse mai uomo spogliarsi. E non gli restava se non quella «nuditate d'Amore» oltre la quale, in paragone di purezza, v'é soltanto la prima luce del mattino. Vidi presso di lui il volume della Imitazione chiuso. È certo quello il trattato del totale spogliamento: riduce in un pugno di polvere la sostanza in cui l'uomo più si compiace, e senza pietà separa l'uomo da ogni diletta cosa che non sia il compiuto amore. Egli non aveva più nulla da apprendere in quel libro: perciò era desso quivi chiuso, e senza segnali. Ed egli l'aveva tanto praticato e meditato non soltanto come il libro dell'eternità, ma come quello ch'era nato dalla disciplina della sua stirpe «sotto l'ogiva di Francia», vera «conoscenza e virtute d'Occidente.» Né gli restava alcun dubbio intorno a tale origine; talché una volta ch'egli vide il mio esemplare col nome di Tommaso Kempis, scosse il capo. Soleva dire, non senza finezza, che l'Imitazione franceseggia in latino. Vi riconosceva trasposti i modi e le cadenze della prosa Francesca, e talvolta la levità d'un orecchio che aveva ascoltato la voce dell'allodola paesana.
Nelle lunghe settimane di patimento, dal giorno in cui l'insonne cancro incominciò a morderlo per finirlo, sino all'ora in cui perse la parola terrena per un altro linguaggio, non dimandò d'essere medicato né alleviato, non volle intercessore tra l'infermità e la carne, non chiese che le sofferenze gli fossero attutite ma soltanto che con esse gli fosse accresciuta la forza di sostenerle. «Courage, courage, mon âme!» diceva nello spasimo. «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu, mais donnez-moi la force de supporter la souffrance.» Quando il morso diveniva meno atroce, egli si faceva gaio e arguto; non soltanto sorrideva ma anche rideva d'un riso schietto. Come dalla città i suoi molti figliuoli e i suoi nipoti numerosissimi e i famigliari suoi devoti venivano a visitarlo, ciascuno adduceva, per giustificare la visita insolita, un pretesto più o men verisimile, credendosi di illuderlo. Egli ben sapeva che quelle erano visite di funebre commiato; e un giorno ch'io ero là, tra quegli affettuosi dissimulatori, l'udii motteggiare con sì vivace grazia che veramente le più celebri delle parole stoiche mi sembrarono cosa ruvida e grossa. Una notte di marzo la figliuola maggiore, ch'era venuta a trattenersi nella casa per assisterlo, dal suo letto udì nella camera del padre un gran ridere. Attonita e un poco sbigottita, si levò e andò a origliare. L'ottimo abate Eugène de Vivié, rettore della parrocchia, consolatore intrepido, aveva voluto vegliar l'infermo nel martirio notturno. Aiutandolo egli a sollevarsi dal guanciale per l'orribile rigurgito che lo travagliava, una inattesa facezia del sofferente aveva suscitata quella ilarità concorde. Ripensai quel rimbrotto di Frate Elia, quando San Francesco giaceva al Vescovado in custodia e voleva che Frate Agnolo e Frate Leone gli cantassero ogni ora le laudi di nostra suora morte per rallegrarsi nel Signore. «Hacci la scolta alla porta; e niuno vorrà credere esser tu un santo uomo, udendo del continovo cantare e sonare nella tua cella.»
Finché la volontà potè comandare le membra affievolite, si trascinò ogni mattina alla Cappella per ricevere il pane eucaristico; del quale solo sembrava nutrirsi, non prendendo nella giornata se non qualche sorso di latte o il succo di qualche frutto. Súbito dopo la comunione, si ritraeva, non avendo più la forza di assistere alla messa. L'ultima volta ch'egli varcò la soglia santa, non ebbe neppure la lena per appressarsi alla mensa di Cristo. Sfinito, fu costretto di sedersi; e il prete scese dall'altare e andò a portargli l'ostia vivente. Come da quel punto nessuno sforzo di volontà più valse, si comunicò per viatico, sino al Venerdì Santo.
Comprendemmo qual fosse la sua segreta e inebriante speranza quando ripeteva: «Encore un peu, mon Dieu! Faites-moi souffrir encore un peu!» Egli sperava di poter vivere sino alla Settimana di Passione, sperava di poter congiungere la sua agonia e la sua morte all'agonia e alla morte del Salvatore. Fu esaudito.
Il giorno che ricevette il sacramento della Estrema Unzione, mandò per me. Egli aveva preso ad amarmi più che s'io gli fossi stato figliuolo unico. I suoi prossimi si stupivano nel vederlo tanto illuminarsi quando gli apparivo. I suoi occhi si volgevano a me interrogandomi, così pallidi che parevano aver perduto quel poco di cilestro a forza di fisare chi sa qual bianchezza abbagliante. Sempre i famigliari, se erano presenti, escivano l'un dopo l'altro perché rimanessimo soli. Per non affaticarlo, non lo lasciavo parlare né gli parlavo con le labbra. Stando al suo fianco, seduto, in silenzio, non mi peritavo di guardarlo intentamente, tanto m'attraeva la bellezza del suo mistero. Lo sentivo morire e vivere. Il suo viso nella macie era come un teschio palese, ricoperto d'un tenue velo di fuoco bianco. Non so dov'egli fosse per trapassare e per ricominciare; ma è certo che, tacendo, simile a un tessitore in sogno, tesseva con la sua morte una vita che non era come la mia vita. La mia vita, che è la mia passione e il mio orrore, la mia vita, che mi rapisce e mi ripugna, si moltiplicava con un'abondanza vorticosa come quando ascolto tra la folla le sinfonie dei grandi maestri. L'amore il dolore e la morte rimescolavano l'oceano della mia musica con braccia titaniche indistinguibili. Talvolta il morituro prendeva il mio polso e lo teneva nella sua mano sul sostegno della seggiola. Allora soffrivo d'avere tuttavia tanto sangue, e così rapido. Mi ritornava il senso del mio corpo, accompagnato da un'angoscia che doveva essere simile allo sforzo vano del generare, quando ne stilla un sudore quasi di tramortimento. E non m'ero mai sentito tanto potente e tanto miserabile.
«Amico», gli parlavo in silenzio «ho avuto molte primavere travagliate, ma non una come questa. So quel che mi significa la dimanda dei vostri occhi buoni, ma non so che rispondere. Le parole che talvolta mi salgono alle labbra, non oso proferirle; anzi oppongo al loro impeto i denti serrati, perché temo di perdermi e di non potermi più ritrovare. Nondimeno mai, da che vivo, non ebbi un istinto e un bisogno di mutazione tanto profondi e agitati. Un giorno, ahimè, molto lontano, nel Camposanto di Pisa, che sembra illuminato dal crepuscolo di quella luce verso cui siete vòlto, meditai su me medesimo