Anche una volta il mondo par diminuito di valore. Quando un grande poeta volge la fronte verso l'Eternità, la mano pia che gli chiude gli occhi sembra suggellare sotto le esangui palpebre la più luminosa parte della bellezza terrena. Penso che Maria dolce sorella, la tessitrice dalle mani d'oro, a cui Giovanni chiamato dai suoi morti chiedeva un giorno in una tenue ode divina il «funebre panno», abbia compiuto pur quell'officio, ella che è virile in pietà come Caterina da Siena. E chi allora fu di lei più certo che nel cari occhi abbuiati dalla pressura scompariva anche l'allegrezza dell'aprile presente?

Fantasma tu giungi,

tu parti mistero.

Venisti, o di lungi?

ché lega già il pero,

fiorisce il cotogno

là giù.

Se imagino i suoi occhi nell'ultima ora e se imagino le rondini all'Osservanza «quelle dal petto rosso e quelle dal petto bianco» traversanti pel vano della finestra nel cielo di Pasqua, mi torna alla memoria una sua parola d'or quindici anni, in cui — non so perché — parvemi veder riflesso il baleno del balestruccio come in un marmo nero levigato. Parlava egli alle volatrici nella favella francescana, e diceva: «Vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli occhi intenti ad altro, la vertigine d'ombra del vostro volo!» Oggi riodo gli stridi delle sue compagne sotto le grondaie lontane, e vedo in que' suoi occhi intenti ad altro la vertigine d'ombra. Quella parola ch'egli credeva dire per la sua vita, egli la diceva per la sua morte; e io non sapevo che, fra tante di cui sono immemore, mi fosse penetrata così a dentro e si fosse accresciuta di questa funebre bellezza.

Ieri un caso volgare e ammirabile mi diede il modo di assistere continuamente col pensiero il mio amico nella sua agonia. E più tardi, per una rispondenza misteriosa, potetti ascoltare la musica infinita che la sera faceva intorno al suo silenzio.

Lo credevo quasi guarito, o almeno fuor d'ogni pericolo. Notizie recenti mi assicuravano ch'egli fosse per tornare alle sue consuetudini cotidiane e per riprendere il lavoro disegnato. Venerdì notte, cedendo alla svogliatezza primaverile, lasciai a mezzo la mia pagina; e mi misi a sfogliare qualche libro di figure. Mi venne fatto di scorrere la raccolta delle acqueforti pascoliane di Vico Viganò. Per confrontare il ritratto inciso del poeta con una imagine d'esattezza fotografica, cercai il volume illustrato dell'Inno a Roma credendo che ci fosse. La memoria m'ingannava: non c'era. Ma mi soffermai su l'impronta dell'ascia sepolcrale romana; e rilessi i bellissimi esametri.