Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia.
Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi saglienti, le torri quadrangolari della città forte.
— Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? — disse ella ancóra, con un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore delle gencive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di sangue roseo.
— Non volevate più parlare, Isabella.
Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con ogni pensiero, con ogni parola, con ogni movimento e perfino col polso, col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde ch'ella non sapeva se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero e le dava una voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e rotavano in una vertigine di delirio.
— È il più lungo giorno! — esclamò, come chi si risvegli nel sussulto dei ricordarsi. — Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate. Non lo sapete?
E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.
Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame che distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.
Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.
— Avanti! Non vi fermate! Avanti!