— In una vertigine di castità? — disse l'uomo, un poco roco, sorridendo anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.
— Forse che sì forse che no, Aini — ella susurrò socchiudendo le palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.
E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.
— Ti piacque Amar?
— Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto, in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe, con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il cavallo o il cavaliere?
Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di conchiglia frescamente dischiusa.
— Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare se non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto, seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del Deserto? Come fu presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i quattro zoccoli eseguendo quell'aria che in vecchio termine di cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe. Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli appartenessi....
Ella gridò come allora; che l'amante in un movimento impreveduto, quasi strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.
— Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.
Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno. Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare, e talvolta insanguinava di non natìo cinabro la bocca. Ma la sua alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie. Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto dell'esistenza cotidiana — il togliersi il guanto lentamente facendone strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell'ascella — un qualunque atto comune prendeva da lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di non poterlo fermare in perpetuo.