— Forse.

— Vedi quel carro, laggiù?

— Lo vedo.

Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa. Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.

— Chiudi gli occhi, dammi le labbra.

— No.

— Mordimi, e chiudi gli occhi.

— No.

— Moriamo.

— Eccomi.