— Tarsis! Tarsis!

Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso, coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte, atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti. Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.

Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante, il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili, fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.

— Tarsis! Tarsis!

L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro. Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la rapidità. Gli comandarono di vincere.

— Tarsis!

Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.

— Tarsis!

Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia. L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi, delle antenne s'allungavano.

Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la settupla consonanza. — Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto? quale cagione l'aveva costretto a discendere? — Percepì una pausa in un cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie si vuotassero nei tubi metallici. — La sorte lo tradiva d'improvviso? — Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono, il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le cicogne: «Alis non tarsis». Vagò per pensieri involontarii e informi, come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta. Ancóra un giorno d'attesa!