— Non è vero.

— Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.

Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata, sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo, quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.

— Isa quando ritorna? — chiese malcontenta Lunella.

— Non so.

— Dov'è andata?

— Non me l'ha detto.

— Tu certo lo sai, Morìccica.

— Ti dico che non so.

— Quest'anno non ci conduce al mare?