— Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come l'allodola.

Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo distico:

Dal folle sapientia

E da la spina, rosa.

— Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie — diceva Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. — Ne ho trovati nel campo della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato Iesu benigne A cuius igne....

Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola, s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.

— Questo l'hai trovato oggi stesso.

— Sì.

Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la prima strofa della prima satira.

Udite nova pazzia