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[IL PRIMO ATTO.]
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Al piano terreno d'una vecchia villa toscana, in altri tempi costrutta a emulare la magnificenza medicea e la copia d'acque e di cipressi tiburtina, appare una sala rotonda, arieggiante quella dal Sanzio disegnata per Giulio de' Medici su la pendice del Monte Mario, fatta di due absidi laterali a pilastri e a nicchie, collegate qui dall'architrave d'una larga apertura rettangolare onde si scopre un vestibolo a tre arcate in vista d'un giardino simmetrico.
Nel mezzo di ciascun semicerchio è una porta nobile ma non grande. Nel centro del diametro, a sinistra, un piedestallo di cipollino sostiene una statua dell'Abondanza nella maniera del Tribolo, mentre a destra l'altro simile piedestallo regge il torso consunto d'una Musa tunicata e cinta che nessuno attributo distingue.
Dietro gli allori che tonduti a foggia di palla sorgono dai grandi orci invetriati fra pilastro e colonna, il giardino si mostra co' suoi spartimenti orlati di bossolo, senza screzii di fiori, esatto come un'opera di [pg!4] tarsìa, chiuso intorno da altissime siepi di càrpini. Una fontana senz'acqua, in forma di navicella, arieggiante quella aldobrandina, sta dinanzi al portichetto, rempiuta di terriccio ove s'appiglia il giaggiolo giallo e la rosa scempia tra la mal'erba.
È un pomeriggio torbido della fine d'aprile. Già spiove, dopo l'acquata. Uno sprazzo di sole indora in sommo le lunghe mura bronzine che fa la verdura perenne.
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[pg!5] Mortella è sola, pensierosa, inquieta. Movendosi per la sala, s'è soffermata dinanzi al piedestallo del Torso. Udendo una chiara voce che di fuori la chiama a nome, si scuote e si volge. Lesta e vivace come un uccello, una fanciulla sale i gradini ed entra nel vestibolo, affannata e ridente, vestita di bianco e di nerazzurro con grazia.
La voce.