Ne la stanza regale, ampia e rotonda,
ove brillano scritti a le pareti
i versetti de’ saggi e de’ poeti
in bei carbonchi di Palesimonda,
il Re si chiude in suoi pensier segreti:
la barba il petto eröico gl’inonda.
Lo sguardo ei tien su ’l cofanetto assiro
che in dieci lune l’orafo compose.
Giunge da li orti il soffio de le rose,
quasi con metro egual, come un respiro.
Il veltro de le cacce avventurose
dorme, composto il lungo dorso in giro.
Sta ritto in piè con tutta la figura
l’unico Erede, figlio di Ieéna.
Ei tace. Una lanugin fulva a pena
gli ombra la faccia imperiosa e dura.
Bella è la bocca; e l’occhio gli balena
di desiderj enormi d’avventura.
Troppo il padre ha regnato, ei pensa. E, piano,
scegliendo ne la cintola uno stile
cui di recente un suo velen sottile
ha fatto azzurro, avanza; e con la mano,
già invitta nel frenar l’impeto ostile,
punge le nari a ’l veltro persiano.
«HYLA! HYLA!»
De la placida selva entro li abissi,
ove s’odon li egìpani bramire,
Ila di Misia, il giovinetto sire
a cui cingon la fronte i bei narcissi,
prono su la cerulëa sorgente
tutte le membra, in atto di ristoro,
v’immerge una sua grande anfora d’oro
con tardo gesto, dilettosamente.
Piegano a ’l peso de ’l metallo cavo
i calici de ’l loto; e treman l’acque
poi che l’efébo, ignudo come nacque,
in chinarsi v’intinge il suo crin flavo.
Ma da la man ch’è presa di languore
sfugge l’anfora e lenta si sprofonda:
ne ’l glauco vel la sua forma rotonda
appare qual meraviglioso fiore.