Lucio Settala, oscurandosi, tenendo la fronte bassa, senza guardare l'amico, con una voce quasi dura.
Quale delle due cose ha maggior pregio? La vita m'è intollerabile, se mi fu resa gravata d'un divieto. Te l'ho detto: bisognava lasciarmi morire. Quale rinunzia può eguagliare quella che io avevo fatta? Soltanto la morte poteva arrestare l'impeto del desiderio che conduce fatalmente il mio essere verso il suo bene. Ora io rivivo: riconosco in me il medesimo uomo, la medesima forza. Chi mi giudicherà, se proseguo il mio destino?
Cosimo Dalbo, sgomentato, prendendolo per le braccia, come per trattenerlo.
Ma che farai dunque? Hai già risoluto?
Percosso dallo sgomento subitaneo che è nella voce e nell'atto dell'amico, Lucio si smarrisce, vacilla.
Lucio Settala, mettendosi nei capelli le mani febrili.
Che farò? Che farò? Conosci tu una tortura più crudele? Io ho la vertigine; comprendi? Se penso ch'ella è là, e m'attende, e le ore passano, e la mia forza si perde, e il mio ardore si consuma, la vertigine mi afferra l'anima, ed ho paura d'essere trascinato, forse stasera, forse domani. Sai tu che sia la vertigine? Ah, se potessi riaprirmi la ferita che mi fu chiusa!
Cosimo Dalbo, cercando di trarlo verso la finestra.
Càlmati, càlmati, Lucio! Taci! M'è parso di sentire la voce....
Lucio Settala, trasalendo.