Silvia si volge verso la cortina rossa che pende tra le due Vittorie. Ai suoi piedi, come una linea divisiva, si allunga la sottile zona di sole.
Silvia Settala, sommessamente.
La statua è là.
Francesca Doni.
Non andare!
Silvia rimane per alcuni attimi immobile e muta davanti alla cortina chiusa, da cui la separa la zona lucente.
Non andare!
Silvia fa un passo, di là dai raggi, quasi con impeto, come per varcare un ostacolo; con un gesto rapido solleva un lembo, s'insinua tra le pieghe, sparisce. La cortina si richiude dietro di lei, grave e folta. Alcuni attimi di silenzio, in cui non s'ode se non il respiro affannato della sorella. D'improvviso, per entro al cupo colore di porpora, riappare la faccia pallidissima dell'eroina, che sembra irradiata dal lume dell'opera sovrana. Anche le sue mani ignude, che separano i lembi, sembrano risplendere sul cupo colore. I suoi occhi restano intenti, allargati dalla meraviglia, abbagliati non da una visione di morte ma da una imagine di vita perfetta. Trema nelle orbite l'indizio d'un'onda saliente. Due meravigliose lacrime si formano a poco a poco nel cavo, brillano, sgorgano, solcano le gote. Prima che giungano alla bocca, ella le arresta con le dita, le diffonde su la faccia, quasi per lavarsene come d'una rugiada lustrale; poichè non dal ricordo o dalla traccia del sanguinoso fatto umano ella è commossa ma dall'apparizione dell'opera bella, immune e sola. Ella ha ricevuto il benefizio sommo della Bellezza: la tregua della sua angoscia, la pausa dei suoi timori. La folgore sublime della gioia ha traversata la sua anima sanandola per qualche attimo, rendendola cristallina come le lacrime. Non sono queste sue lacrime se non l'offerta ardente e muta dell'anima al Capolavoro.
Silvia, Silvia, tu piangi!
Silvia Settala, sommessamente, col segno del silenzio.