Dimentico dunque di averla già assomigliata a qualcosa di più dolce che i semi durissimi custoditi dalla scaglia verdebruna? Ma forse entrambe le similitudini le convengono; ché nulla è inconciliabile dinanzi alla sovranità del ritmo.
Mi misi a comporla attentissimamente, per farmi il polso allo stile di un'opera più vasta intitolata La primavera. Anche una volta, mi aiutava a scoprire gli aspetti dell'ignoto la mia più profonda sensualità. Questo racconto misterioso, anzi quasi direi mistico, è ricco d'elementi naturali come nessun altro. Il mistero v'è adombrato per una successione d'imagini dense, corporee, d'un rilievo palpabile, immuni da ogni indeterminatezza, espresse in una lingua che la lontananza sembra aver fatta più potente come il vino navigato.
Per solito io sono sagacissimo nel distinguere quel poco che di me può piacermi. Questo mi piace. V'è il meglio dei miei difetti e delle mie virtù, con qualcosa d'indefinibile che annunzia una terza giovinezza del mio spirito.
I miei prossimi sanno come l'unica lode che mi valga sia quella di me a me, infrequente. Sorrido prendendo in mano questa cosa d'arte, soppesandola e stimandola da ottimo conoscitore, quasi non fosse mia, con un occhio che si esercita per due, mentre la necessità dell'azione m'incalza e il desiderio della bellezza sembra irrevocabilmente sottomettersi a quel «ritmo di perfezione sublime non consentito agli uomini se non nella sola ora che segue il transito.»
È dunque un dono funebre questo che io vi mando, o Chiaroviso, là dove i cigni solcano tuttavia in pace lo stagno di Silvia la Romana?
In fondo, non è se non una storia di canile, poco dissimile a quelle che ci raccontavamo certe sere seduti su i banchi dei favoriti frantumando il biscotto quadrato, mentre i garzoni continuavano a spandere la paglia fresca nelle cucce attigue donde saliva a quando a quando un lagno di gelosia.
Temo che Marcello dalla sua tenace avversione contro i barzoi sia impedito di gustarla, specie dopo la cattiva prova fatta sul nostro campo di corse da quei discendenti della razza tartara che nell'originaria steppa asiatica difendeva la tenda contro le belve notturne e non temeva di battersi col leopardo, addolcita poi nella migrazione verso l'istmo caucaseo, verso la Tauride e il Volga, forse accresciuta di grazia e di snellezza da qualche mescolanza col biondo veltro di Persia che si vede figurato in quelle miniature di cacce ove i re sassànidi tendono l'arco mentre le favorite a cavallo suonano l'arpa o il tamburino.
So che non lo commoverà una sì nobile genealogia, tanto studiosamente raccolta in un periodo disposto in tondo come il dosso di un levriere che dorma sopra un bel tappeto. Ma non mi accorderà egli forse qualche indulgenza se gli dirò che usavo allenare i miei barzoi di diciotto mesi con un terribile greyhound per toglier loro ogni traccia di mollezza acquistata in Occidente, e se gli dirò che non amo la mia muta piumosa e spumosa se non lungo la riva del mare?
È una vera storia di canile, in fondo. Mettiamo che non si tratti veramente di levrieri ma di cigni. Bisogna per lo meno convenire che son cigni della specie di quelli, oriundi non dell'Eurota ma della Moskova, i quali riescirono a sbigottire Donatella sedicenne. Vi ricordate della bella storia che la grande amica ci raccontò frescamente, sul banco del suo divino Plotinus — the fastest dog of his day — una sera di luglio memorabile negli annali del Greyhound Club di Francia perché fu la sera in cui dovevano nascere gli otto illustri cuccioli dalla nera White Orris sposata al biancazzurro figlio di Platonic e di Streemoch?