Era un labirinto di pergole basse. Non ci si camminava in piedi. Le viti qua e là si staccavano dai graticolati malfermi di pali e di canne, per coricarsi in terra, per abbracciarsi su l'erba. I tralci a ogni passo c'impastoiavano; i pampani ci passavano una mano fresca su la faccia; i viticci tentavano di pigliarci l'orecchio e il collo. Tenevo il braccio alzato su la fronte per proteggere la vista che mi rimane, temendo il palo aguzzo e la canna fessa, nell'ombra ingannevole. Intravedevo le stelle per gli spiragli della volta pampinosa, e parevano vicine da poterle tastare come i grappoli acerbi che penzolavano da per tutto fitti e duri.
V'era un lume quasi di crepuscolo, un lume di perla, un albore di via lattea, che rendeva sensibile la trasparenza dei pampani. V'era talvolta un che di vitreo, un che di fragile, qualcosa come un ghiaccio verdiccio che s'incrinasse, che si screpolasse. Il canto delle raganelle continuava in suono quella fragilità, quella verdezza. Credevamo di udir saltare una botta molliccia a traverso il cammino, e mettevamo il piede cauto per non schiacciarla, rabbrividendo. Senza sapere perché, avevamo uno sgomento improvviso, un senso languido di freddo, come se la febbre ci salisse dall'erba su per le ginocchia. L'umidità pareva che c'impallidisse, che c'illividisse. Il cammino si faceva cedevole. L'orma si sprofondava. Ci sorreggevamo a vicenda per non sdrucciolare nella belletta.
Tornavamo indietro, smarriti, esitando ai crocicchi. Eravamo prigionieri del laberinto d'uva. Le pergole si facevano più basse. Andavamo quasi carponi, vincolati dai sarmenti, serrati nella frescura delle foglie, soffermandoci a mordicchiare i viticci asprigni. D'improvviso vedevamo luccicare l'acqua, giù per un'apertura praticata tra la ripa e la fratta come una callaia da passarvi. V'era legato a un piuolo, con una corda stramba, un sandalo marcito; e un mozzicone di remo, una forcola consunta, una gottazza senza manico davano al silenzio raccolto in quel legno cavo una tristezza umana che faceva pensare agli annegati solitarii.
Da quella parte la vigna era più selvaggia: finiva in prunaia, finiva in canneto. Sentivamo, di là dagli sterpi, di là dalle cannucce, l'ambascia della dozàna, l'afa dell'acqua morta, sciacquìi e fruscìi misteriosi nel limaccio. Erano i serpi che calavano ad accoppiarsi con le anguille in amore?
Non so che apprensione ci respingeva verso i dubbii intrichi della vigna. Erravamo ancora di pergola in pergola, abbassandoci, risollevandoci. Vedevamo sopra ogni pampano una stella, posata come un acino di luce. Tastavamo i grappoli immaturi per trovare un granello meno acerbo. Ci pareva che l'umidità c'inverdisse fino alla cintola. Il bianco degli occhi, in chi mi camminava allato, era stranamente bianco.
A un crocicchio ci abbattemmo in una tavola rustica, senza tovaglia, intorno a cui erano disposte le scodelle e le panche. Non v'era seduto alcuno, se non una figura di spavento. Noi ci sedemmo, trasognati, obbedendo a una sùbita stanchezza.
Allora ci fu uno che ruppe il silenzio per dire: «Questa tavola è fatta col fasciame della barca che pescava l'alga nella Valle dei sette morti».
Vi sono parole che sembrano crearsi nell'aria indistinta e non portare la forma delle labbra note. Vi sono le parole delle cose e non soltanto le lacrime delle cose, reali le une e le altre. Udendo quelle, non le attribuimmo a una gola amica ma a uno spirito che dimorasse in quel luogo o vi passasse. Erano modulate secondo quella luce e quell'ombra, secondo quegli aspetti e quei lineamenti, secondo quel freddo verdore di sott'acqua ove il respirare era simile al boccheggiare. Risolvevano con un accordo atteso i rapporti musicali della malinconia.
«Quale barca raccoglieva l'alga nella Valle dei sette morti?» domandò un'altra voce intonata su quella cadenza.
La tavola era dinanzi a noi. fatta d'un legno più vecchio che quello del coro di Santa Chiara, dove sono iscritti i nomi lucenti delle prime Clarisse ed è appeso un fascetto di spighe. Era di pino. Mostrava le vene e i nocchi. Scheggiato, screpolato, abbrumato, serbava l'odore del catrame e della salsuggine. Io v'ero appoggiato con i due gomiti e mi reggevo con le due mani il capo; e mi pareva di sentirla barcollare come se fosse ridivenuta cava e avesse rimutato in chiglia i suoi quattro piedi.