Un'afa tetra snervava l'elasticità dell'aria. Dal nuvolato cominciava a cadere qualche gocciola quasi tiepida. S'udiva crescere a poco a poco il crepitìo sopra le macchie. Un assiuolo si lagnò nel folto: e parve che mi ricordasse la parola scritta nel libro segreto della mia memoria: «Si potrebbe piangere....»
Prima vidi, pei vetri d'una finestra, ardere nella casa una lampada rosea. Il cuore mi batteva non so perché, quasi di paura. In prossimità del cancello, mentre mi chinavo a spegnere la lanterna, fui chiamato per nome da una voce ansiosa e roca, da una voce di sventura che mi rimescolò tutte le vene. M'appressai, chiamai anch'io per nome. Travidi la mia amica dietro il cancello, agitata, tutta bianca, che con le due braccia nude scoteva le sbarre sforzandosi d'aprire.
— Che hai? Che accade?
Le sue mani passarono a traverso e mi toccarono, tremanti, già molli di pioggia, come per sentirmi vivo.
— Spingi! — disse ella in angoscia. — Spingi forte! Non posso aprire.
Spinsi con la spalla, ma il cancello resistette. All'umidità il legno nuovo s'era rigonfiato, e la pittura fresca aveva saldato la commettitura. Cercai più volte di sforzare, ma inutilmente. Le bolle di gomma schiacciate m'impiastravano le dita.
— Bisogna chiamare i domestici — consigliai, tentando di ridere come conveniva.
— No, no — fece ella, impaziente e stravolta, con una voce già soffocata dal pianto, aggrappandosi di nuovo alle sbarre. — Prova, prova ancóra!
Provai. Le sue mani di nuovo passarono a traverso, mi palparono il viso smarritamente.
— Che hai fatto? Che hai fatto?