— È capace di uccidersi?
— A ogni momento.
Rividi luccicare l'arme d'acciaio e d'avorio per l'apertura del manicotto color di perla. Rividi la donna dalla mano celata, in piedi dinanzi a me, intiera, silenziosa, piena d'un suo male simile a una verità o a una menzogna profondissima che le tenesse vece di vita.
— A ogni momento, per un nulla, come si apre un uscio, come si passa una soglia, come si scende un gradino.
Fino a quel punto le cose narrate erano rimaste non meno estranee alla figura ideale di lei che, per esempio, al calco dell'Apollo di Piombino posto sopra uno scaffale di libri quadrato e girevole, là, vicino al pianoforte. Non riuscivo né a comprendere né a sentire che tale fosse la vera sostanza della sua vita. Il suo mistero rimaneva intatto come la divinità oscura della statua che attraeva i miei occhi dorata dalla luce del pomeriggio. Tanto quelle azioni definite erano dissimili alla creatura infelice quanto un inno omerico o un capitolo di mitologia eran diversi da quella forma intenta abitata da uno spirito non meno inconoscibile che il vigore d'un albero il quale alleghi i suoi frutti.
Dov'era la mano che aveva modellato su la fronte breve del dio il doppio ordine simmetrico di riccioli? Non meno insistente mi pareva il potere di quel passato nel cui rigore doveva essere costretta quell'anima. Il mio spirito non riconosceva alcuna coesione in sì grave massa di fatti volgari, ma era posseduto da un sentimento poetico che lo mescolava in un modo misterioso a ciò che si genera sotto il silenzio umano. Per ciò l'istinto volgeva tanto spesso i miei occhi verso l'Apollo che, finito come un'opera di cesello, esprimeva da ogni linea un infinito di poesia. Anche una volta la forma mi diveniva una fede veggente; e, ascoltando tante vane ignominie, non credevo se non a ciò che mi significava la bellezza levigata dall'acqua dell'Eurota.
Or ecco che, all'improvviso, tal bellezza m'appariva appresa alla morte come un di quei cammei intagliati nella vena bianca di un'agata scura. Il rilievo ne divenne così fiero che tutto il resto si dissipò. Udivo il mio cuore battere con tanta violenza che mi stupivo non l'udisse il mio amico. Ma egli doveva essere assordato dal suo proprio tumulto, su cui di tratto in tratto versava un sorso ardente.
— Perché? — gli chiesi. — Perché ne parla con arte; perché, come tante altre donne, ne fa una graziosa millanteria....
— Due anni fa, in un periodo d'insofferenza e di furore, tentava la morte quasi ogni giorno. Aveva uno di quei canotti leggeri da corsa che si vedono alle gare di Monaco, munito d'un motore a sedici cilindri, donatole da un ammiratore argentino. Un'anima dannata di meccanico l'accompagnava, a qualunque ora del giorno o della notte, quando col maledetto vento di ponente il Bacino era in tempesta e il passo dell'Oceano diveniva impraticabile. Con prodigi d'astuzia, sfuggiva a ogni attenzione e a ogni impedimento. Quasi sempre tornava nel punto in cui si perdeva la speranza di vederla riapparire. Per ore ed ore l'onda aveva schiumeggiato su lei come contro una figura di prua. Chi la baciò, dové sentire per lungo tempo il sapore del sale su quelle labbra screpolate.
Ben la vedevo, quasi avessi dentro di me l'approdo, coperta dalla sua cappa impermeabile, con la sua faccia dentro il camauro d'incerato diafana come la lampada della medusa natante. E non l'avevo attesa se non per ripartire con lei nel crepuscolo.