Un vasetto di coccio sospeso a un tronco scorticato aveva ricevuto d'un tratto tanta ragia, al primo muovere del succhio, che ne traboccava in lunghi filamenti d'apparenza quasi zuccherina, sicché metteva voglia di darla a masticare per impiastrarne la lingua molesta e invescare contro al palato le parole importune. Sotto la mollezza d'una nuvola latticinosa e irresoluta gli uccelli qua e là stonavano come gli alunni svogliati d'una scuola corale. E tutta la vita m'aveva l'aria di una di quelle sciocche allegorie che un tempo il maestro di retorica proponeva su la lunga panca dell'esame. L'avevo così mal composta che, per punizione, ero costretto a portare il foglio appiccato con due spilli dietro la schiena.
Allora, scendendo verso il Quartiere d'inverno per i sentieri della foresta, pensai con invidia a quei rari pastori landesi, ultimi discendenti de' vecchi fantastici che su gli alti trampoli varcavano stagni e pantani del deserto arenoso e co' gran passi potevan eguagliare il galoppo d'un cavallo de' Pirenei.
Ne avevo conosciuto uno nella macchia, pochi giorni innanzi. Ridotta la misura delle pertiche leggendarie a due modesti mozziconi. messi ad armacollo l'ombrello verdognolo e il sacchetto brunastro, calcato su gli orecchi il berretto di lana in forma di fungo, costui passava tutto il santo giorno immobile contro il sostegno del bastone, lavorando di calzette coi ferri, immune di pensieri come il suo cane, indifferente alla fuga del tempo come dev'essere l'ampolla dell'oriuolo da polvere, con la sua lingua riposta per anni nel silenzio della sua saliva come la sardina conservata nell'olio della scatola.
Lungi dagli occhi amati o non più amati, la luce pare diversa.
Per entrare nella nostra camera, il cielo aspetta che le lampade sieno spente.
Tra le raschiature fresche dei pini (in distanza i fusti avevan l'aria di portare inchiodate quelle pelli rossigne di capretti che soglion pendere agli usci dei macellai) scorgevo la città variopinta dell'Etisìa covata da un tepore umidiccio di stufa alquanto disgustoso come quello che si respira in certi bagni turchi trasportati in Occidente, ove gli uomini grassi s'affannano a sudare leggendo il giornale della loro fede spiegato su la pancia grondante.
Le ville parevano leggiadramente costruite di carton pesto e di latta traforata da un architettorello girondino con pizzo al mento e svolazzo alla cravatta, che si fosse ingegnato di conciliare nell'arte sua ospitale l'inspirazione della Riviera ligure a quella del Lago dei Quattro Cantoni, entrambe consolatrici. Ogni facciata portava inscritto in lettere di stil novo il suo bravo nome fornito dalla mitologia, dalla botanica, dai fasti civici o dalla buaggine sentimentale. Ogni interno doveva avere il suo vaso di fiori artificiali sotto la campana di cristallo, la sua grossa conchiglia bitorzoluta, la sua figurina di Giovanna d'Arco in armatura di piombaggine, e la sua pendola col cuccù per chiamare la felicità o la morte.
Cumuli di ciarpe e di coperte, sollevati di tratto in tratto da uno schianto di tosse, riposavano su lunghe sedie di vimini, di là dai vetri nettissimi che come quelli degli aquarii parevano chiusi sopra un mondo remoto. Su la via bianca una fila interminabile di bruchi, discesa chi sa di dove, camminava verso l'eternità con la contrattura lieve e spaventevole delle sue miriadi d'anelli. Qualcuno dei loro nidi lanuginosi in cima a qualche ramo dava imagine d'una mano malata avvolta di filacce. Un pianoforte lassù, che aveva ereditato l'anima di un organetto di Barberìa suo parente, sonava uno di quei pezzi che portano un numero su ogni nota per condurre ciascun dito al suo tasto; e non so quale avo romantico risvegliandosi in qualche parte di me si mostrava curioso di sapere se la copertina s'ornasse d'una gondola nera o d'un salice piangente o d'un'arpa ossianica in litografia e se il titolo fosse: «Il sospiro dell'Esule» oppure «Il giovine schiavo» oppure «Ultimo giorno di Maria Stuarda».
Un pensiero atroce e puerile mi passò pel cervello: «Se ora getto un grido, tutti i malati si precipitano alle finestre, e mi restano là con i loro visi eguali e bucati come i sugheri che pendono dalla sciabica stesa ad asciugare dopo la pésca.»