Era l'ultimo gioco dei nostri ozii e della nostra pace. Attendevamo che del gruppo, compatto come una sola bestia baia dalle zampe numerose, irrompesse il vincitore certo, il campione designato, quello che avevamo scelto per la scommessa, quello che l'eccellenza della struttura e la potenza del sangue annunziavano più formidabile nella lotta. E mi si ripresentava nella mente concitata quel meraviglioso corsiere britanno, prediletto della vittoria, che sul punto d'esser superato dal rivale si voltò furibondo e lo addentò al garrese per impedirgli di vincere. Così a un tratto l'ansietà del gioco si mutava in un sentimento più acre e più profondo. Non già sprizzò sangue dal garrese del puledro che alla svolta sopravanzava di tutta l'incollatura lo stuolo chiuso conducendo la corsa; ma l'odore del sangue futuro pareva salire da quel dolce seno dell'Isola di Francia, ma dai molli orizzonti del Vallese pareva affacciarsi la Guerra e soffiare la sua afa di putredine e d'incendio.
Non più palpitavamo per quella vittoria ma per un'altra, non più per i giovani cavalli ma per i giovani eroi. Ci guardavamo negli occhi, a leggervi lo stesso pensiero; ed eravamo un poco pallidi, sotto l'ombra d'una nuvola fugace. E, come nei nostri occhi fraterni, in tutta la nobiltà della contrada, su cui tremolava pel declinare del giorno il sorriso italiano di Silvia, noi leggevamo il presagio della resurrezione latina. Gli edifizii, le colline, le acque, i prati, i parchi si armonizzavano in lineamenti della medesima architettura. Nel dominio che la nepote trilustre di Maria de' Medici s'ebbe per il più abile dei suoi cinti, la mia anima toscana si accomodava come in una vecchia villa medícea. La Nonetta era vagabonda e vitrea come l'Ambra. L'Orsina arieggiava la bella Vespuccia dalla collana d'angue. Teofilo cantava come il Poliziano.
Il puledro vincitore era ricondotto a mano nel recinto del peso. Un che di fluido e di fermo, insieme: il tremolìo dei muscoli sotto il sudore schiumante faceva pensare alla mobilità delle polle improvvise; ma i suoi tendini convenivano alla sua ossatura come le corde ai tenieri delle balestre. Dalla barbozza al nodello, dalla spalla all'anca, dalla punta del petto al fusto della coda, era tutto opera di stile ancor più concisa che quella scolpita nella metope attica. Ma tanta severità di forma non era destinata se non a governare la strapotenza della vita. Nelle narici e negli occhi gli spiriti del sangue bruciavano con la forza del fuoco che apparisce per gli interstizii del forno fusorio.
E nel modo inimitabile di comprendere e di sentire quella convenienza e quella bellezza noi ci riconoscevamo latini. E intorno allo sforzo vittorioso di quel giovine animale perfetto vedevamo disporsi la perfezione secolare di tutte le nostre culture.
Ed ecco che a quel gioco lieve stava per succedere un gioco tremendo, la cui posta consisteva di tutti i nostri beni. Noi eravamo per rischiare tutti i nostri beni contro un getto di dadi. Già udivamo risonare i malvagi dadi su la pelle d'asino tesa nel tamburo del lanzichenecco.
Traversammo la prateria deserta, quasi a vespero, per tornare verso la casa amica. Io pensavo alla dimora di Silvia specchiata nelle acque chiare. Imaginavo nella parlatura di Francia l'accento della patrizia romana.
Rare parole, passi lenti, gravi pensieri: Le torri del Castello allungavano l'ombra su i bacini e su gli spiazzi. Laggiù, forme taciturne della sera, un cigno attraversava uno stagno, una cerva attraversava un viale. Laggiù, in una sala deserta, il serpe grazioso si dislacciava dal collo della Simonetta e le si moltiplicava nei capelli ornati. Il bel capo genovese si faceva irto e sibilante come quello della Gorgone, e sovr'esso la nuvola del destino si gonfiava di minaccia.
Sorridevamo di questa imaginazione camminando sul tappeto dell'erba; ma, come la luce si dipartiva da tutte le cose per andarsene all'occidente, sentivamo tutte le cose più dilette a poco a poco abbandonarci. Non soltanto un giorno finiva ma un mondo si dissolveva. I fantasmi della vita leggera si dileguavano più veloci che il galoppo dei giovani cavalli. In mezzo a quel morbido prato una necessità repentina ci premeva e ci curvava, dura come il ginocchio del Genio michelangiolesco.
Io e Marcello, il mio compagno di giuochi, distaccandoci alquanto dalle gonne serrate che sembravano impastoiare anche le nostre gambe, ci guardammo con una commozione che scomponeva le nostre labbra e ci stringeva la gola; perché il flutto dei nostri pensieri e dei nostri presentimenti, levandosi e aumentandosi nel tempo medesimo, ci aveva insieme sopraffatti.
La casa materna era là, tranquilla, sotto la protezione dei vecchi alberi: bella e comoda casa francese, tutta chiara e nitida, illuminata dall'ordine quasi più che dalle finestre, un poco italianeggiante come un sonetto della Pleiade.