preservali, o Signore,

sii tu la loro forza, il lor coraggio e la lor trincea,

in faccia, al nemico, o Signore Iddio nostro.

E dégnati d'accettare il loro sacrifizio. Amen.»]


Esaudita fu la preghiera, nel profondo e nell'altissimo.

Avevo veduto, pochi giorni innanzi, scintillare negli occhi coraggiosi di Marcello dure lacrime, mentre era egli sul punto di partire armato del suo fucile e della sua croce. Il nemico già occupava il dominio della prima stirpe, dalle cripte merovinge della badia di Saint-Médard alle cinque absidi di Saint-Yved, dal dolmen della Fontaine-Bouillante al Sasso forato di Morsain, dalla rupe druidica di Ostel al mastio di Coucy, la contrada regale che custodisce l'anima pura della vecchia Francia e i vestigi della sua più alta storia, la terra austera e soave che ospitò San Luigi e Bianca di Castiglia nella pace dei suoi cenobii adorni. Il nemico già minacciava il paese di Silvia, stava per ardere i boschi e contaminare i ruscelli del Vallese! Tutto era perduto.

Chi dirà la bellezza della notte in cui le sorti si volsero e si disegnò il prodigio?

Era il più sereno dei plenilunii su l'altipiano di Villacoublay attorniato dalle basse tettoie degli aviatori, dai neri nidi dei volatori di battaglia. Tutta la volta del cielo era piena d'un silenzio straordinario, d'uno di quei silenzii che sembrano quasi imperiosi, tanto superano di potenza ogni voce, ogni rumore. E il fisso destino era la chiave della volta.

Bisognava prepararsi a ricevere il nemico; e ciascuno aveva il suo modo, fra spavalderia ed eleganza, fra temerità e fermezza. Noi l'aspettavamo sul noto cammino del 1870, al limitare del bosco di Meudon, in quel recinto di fienili e di granai dove è tuttora inscritta la memoria degli Zuavi caduti combattendo. Il casale di Dama Rosa! Questo nome mi spande ancora nell'anima non so che profumo di vecchia Francia, di «Francia la dolce». Lunghi muri pallidi, espressivi come il pallore delle facce sofferenti, pieni di tedio come i testimoni che da troppo tempo aspettano, pieni di piaghe e di cicatrici come i mendicanti nobili che non tendono la mano ma soltanto guardano. Tetti bassi di lavagna o di tegole, sporgenti sopra l'intonaco grigio che non ha pensieri ma soltanto tristezza senza mutamento e vecchiezza senza riparo. Grandi porte dipinte di rosso, color di grumo, alte come i carri torreggianti di paglia o di fieno, girevoli a fatica su gangheri che vacillano negli stipiti, rugginose di serrami che non serrano, infracidate da basso nell'umidità della terra senza soglia. Pietre sconnesse e inverdite della cisterna scoperta dove stagna l'acqua piovana che non più rispecchia la giogaia del bue né tremola al belato tremulo della pecora immersa. Prato segreto, prato cinto e difeso, fratello del chiostro erboso e del cimitero selvatico, orizzontale come i morti che dormono senza nome, melodioso di musici invisibili, variato dal vento che lo rovescia come piuma o pelame, a onde chiare, a onde scure, inazzurrato dall'ombra della nuvola, calcato dal corpo che vi si riposa e vi s'imprime.