Come i canattieri richiamarono i due corridori anelanti e li presero a guinzaglio per impedire le risse, fu lanciata l'altra coppia. E così tutta la muta, due per due, fece il suo galoppo mattutino nell'allegrezza del prodigio.

Incominciava, all'orizzonte, la battaglia prodigiosa. Un velivolo passava rombando su la chiostra quadrilunga, accorrendo verso la Marna con le ali candide della Vittoria.


O Chiaroviso, come dimenticherò quella veglia d'amore sul vostro suolo fremente e quella carola selvaggia — vera danza pirrica — dei miei «lunghi musi»? Non sentimmo, io e la svelta eroina e i nostri compagni fulminei, non sentimmo in confuso la gioia della terra che pareva fatta sonora dal preludio del combattimento invisibile?


V'è oggi una condizione singolare della nostra sensibilità, che ci raccomuna alla terra. In quei giorni, e nei giorni che seguirono, io ebbi un sentimento quasi eucaristico della mia patria seconda. Mi parve d'imitare, non in atto ma in ispirito, la comunione di quella gente a piedi fiamminga che si pose in bocca una particella del suolo invaso, prima di menare il gran tagliamento dei vostri cavalieri.

Quando conducevamo a guinzaglio i cani per ore ed ore nel laberinto della foresta, spesso ci avveniva di far sosta e di coricarci su la proda erbosa dei viali. con l'orecchio chino, quasi a cogliere il fremito della battaglia. I levrieri si ponevano a giacere presso di noi, col muso allungato tra le zampe davanti protese, con gli occhi acuminati e intenti sotto la fiera grazia degli orecchi disposti a solicchio.

Si faceva gran silenzio fra le radici e le vette. L'agguato dei cani pareva accrescere la forza della nostra attenzione. Origliavamo la terra e la sorte.

Di sùbito, i cani balzavano dandoci una grandissima stratta e abbaiavano furenti con lanci di belve, tentando di sfuggire al guinzaglio. Avevano veduto un lepratto o una donnola attraversare laggiù la radura. In piedi, con tutta la possa delle due braccia reggevamo il fascio delle strisce di sovattolo robuste che si tendevano come le redini dei cavalli sboccati. Invano puntavamo i talloni e inarcavamo le reni: i furiosi ci trascinavano. Il clamore feroce echeggiava per tutta l'ombra. Pareva che nulla più valesse, nell'ombra, fuorché la bianchezza di quelle giovani zanne pronte ad afferrare e a dirompere. Nulla più valeva fuorché l'azione, fuorché il combattimento a oltranza, fuorché il sangue inesausto. La furia della muta si apprendeva alle nostre vene. Si accendeva nei nostri occhi la visione della battaglia disperata, di là dai boschi, di là dalle fiumane, di là dalle colline. Il mio cuore gridava d'angoscia verso la mia patria prima, verso l'Italia inerme e irresoluta. Ora un giorno avvenne ch'io fossi da tanta violenza non trascinato ma stramazzato, nella mota sdrucciolevole, dopo l'acquazzone di settembre ond'era stillante e scintillante tutto il fogliame. Avevo i guinzagli attortigliati ad ambo i polsi, e la volontà ferma di non lasciare a nessun costo sbandarsi i levrieri che, come i venti, non tornano più indietro né si arrestano finché hanno soffio. Come quei conduttori di carri che urtando la meta precipitano e sono travolti nella polvere dai corsieri impazzati, mi rotolavo nelle peste mollicce, mi avvoltolavo nel fango rossastro, risolcavo la carrareccia con i piedi con le ginocchia e col capo.

Quando alfine soccorso da un'asperità del suolo riuscii a frenare l'impeto e a rialzarmi, avevo tutto il viso impiastrato e facevo sangue dalle gengive e dalle narici, mi sentivo stronchi i gomiti e i polsi. Assistito dai garzoni sopraggiunti coi miei cuccioli di un anno eccitati come gli adulti, districai l'intrico dei guinzagli e mi liberai per tastarmi il corpo contuso. Ridevo di me, e il mio riso sapeva di sangue e di mota.