Per quanti altri segni riconobbi la nostra elezione, Chiaroviso, mia suora di Francia, nelle settimane miracolose!
O vespri sublimi, in quel dominio della prima stirpe, in quel suolo di martiri e di re, quando udivo i racconti della recente prodezza seguirsi come nelle lasse d'una canzon di gesta, presso le rovine della Badia cisterciense non immemore d'avere ospitato San Luigi! Un gruppo di cavalli morelli s'abbeverava nel nero stagno feodale, ove due cigni immobili parevano adunare in sé quanto di candore e di silenzio rimaneva nel folle mondo. S'udiva tonare il cannone, a borea, nella montagna occupata dal nemico; s'udiva ansimare come un bufalo enorme il carro di ferro impantanato nella via cupa; s'udiva in alto il battito d'un velivolo fendere la nube, segnando il ritmo novello del coraggio solitario. E il cielo, dilacerato a levante, aveva il colore del tendine «che pallido è come la perla ineffabile, palesato nella ferita».
Dimenticherò io quell'ora e la sua bellezza? Gli Zuavi di Palestro e i Cacciatori di Solferino, i veterani dell'esercito d'Italia, non dunque mi fissavano dal fondo di quelle giovani pupille? Il cannone di Melegnano non dunque tonava alla mia sinistra, tra il cimitero e il ponte?
Non altro se non la forza dell'amore mescolava anche una volta nel mio sogno i due sangui fraterni.
Su i ghiacci dello Stelvio, su le nevi della Carnia, su i picchi delle Dolomiti, su i dirupi del Monte Nero, da per tutto, nella nostra Alpe truce, oggi risuona un canto possente come quello dei Legionarii: la voce stessa di Roma. Così mi parve un giorno riconoscere la cadenza dell'antichissima vostra canzone carolingia nel coro dei vostri soldati.
Conoscete, o Chiaroviso, un borgo che si chiama Longpont? Pontelungo. Somiglia quasi a una delle mie piccole città umbre, tra l'infranta ossatura della chiesa abbaziale e una porta munita di torricelle eguali a quell'una che Santa Barbara sorregge nella palma della mano. Il suo aspetto ingannava il mio esilio, come il suo ricordo oggi mi ravvicina alla seconda patria distante.
Era una domenica di settembre torbidiccia e dolca. Assistevo alla messa funebre, nella cappella angusta fatta di quattro crociere superstiti d'una sala ogivale che aveva lungamente servito di ambulatorio alla comunità cisterciense. I soldati avevano rempiuto di rosso tutti i banchi di quercia; ma, come la cappella non ne poteva contenere se non un piccolo numero, gli altri si accalcavano al limitare, occupavano tutto il sagrato all'ombra delle rovine.
Dall'altare luccicante di reliquiarii, l'abbate a gran voce noverò i morti. Poi celebrò il sacrifizio del corpo e del sangue di Nostro Signore.
E un canto sorse, nel crepuscolo delle vetrate grevi di piombi, un gracile coro di donne e di fanciulli, un coro tremulo, che a poco a poco rafforzarono le voci rauche degli uomini, finché s'ampliò in invocazione robusta. «Kyrie eleison!» Tutti i soldati cantavano, nella cappella e nel sagrato, prima di tornare alla battaglia, come nell'antichissima canzone carolingia. «Kyrie eleison!»