Dopo, dal ciglione della via ingombra di carra cariche di feriti esposte al fuoco delle batterie avverse, abbracciai con un atto d'amore la città di Clodoveo non visibile se non per le punte delle sue guglie.
Erano le guglie di San Giovanni della Vigna. Superavano il colle che nascondeva le mura. Parevano i culmini sensibili della città nascosta, sensibili come le mani che si tendono, come le mani che implorano senza congiungersi o prima di congiungersi. Toccavano il cielo ma là dove il cielo è cittadino, dov'è umanato dal respiro delle case, delle strade e delle piazze. La forza accolta della città viveva in quell'aria palpitante dove la pietra scolpita e commessa sembrava assumere qualcosa di spiritale e quasi di alato. Pur sotto il tuono dei mortai, pensavo al canto dell'allodola gallica. Pensavo a tutte le vostre cattedrali, a tutte le pietre delle vostre cattedrali, che il canto etereo dell'allodola sembra aver condotte dalle fondamenta alle sommità, più alto, sempre più alto.
Ora, da quel ciglione, sentivo e misuravo il ritmo generatore della città profonda, con un sentimento quasi filiate, con un istinto di razza, con una divinazione non dissimile a quella che mi rappresentò gli spiriti di Siena quando per la prima volta valicai la disperazione sublime delle sue crete affocate dal tramonto.
Altri carri di feriti giungevano, sostavano. Il cammino che conduceva all'ospedale, e l'ospedale stesso, era battuto dal nemico, senza tregua. La carne sanguinosa era stipata, dolore contro dolore, calore contro calore. Non s'udiva un lagno né una imprecazione. Tutti mi sembravano belli. Il viso della Francia era in ciascun viso. In rilievi d'osso e di muscoli vi si scolpiva il più maschio destino. Le recenti ferite non parevano le cicatrici vecchie della nazione riaperte e riaccese? Un sorriso effuso in un volto bendato non somigliava a quel primaverile sorriso che il popolo vide schiudersi nelle statue delle sue cattedrali costrutte col canto? Un motto eroico faceva ondeggiare in una sùbita ilarità tutte quelle fasce insanguinate, con non so qual freschezza pur sopra l'orrore, come un bianco e rosso roseto.
Qualcuno disse: «Dalla cava bombardano la città». Allora la città fu come tutta quella carne. Mi pareva udire, di dietro al colle, battere il suo cuore impavido.
Nell'aria solcata dal ferro e dal fuoco la pietra delle due guglie protese aveva quel delicato color cinerino che talvolta sembra cangiante come la gola della tortora. Credevo di vederle vacillare a ogni rimbombo. Il nemico occupava coi suoi cannoni le cave stesse donde era escita la pietra delle case e delle chiese e dei baluardi.
Per me che vedevo le due braccia della fede intatte, come per i feriti che non vedevano se non la triste via preclusa, la città colpita non era soltanto la sede venerabile della prima dinastia, la diletta del Merovingio battezzato da San Remigio, ma era l'imagine ideale della città edificata dalla gente franca, della città inginocchiata all'ombra della cattedrale costrutta dall'artiere e dal popolo come un modello dell'Anima e del Corpo, come un emblema del Cielo e della Terra, come un simbolo del Paradiso e dell'Inferno.
Tendevo l'orecchio per cogliere il suono delle campane entro le pause dell'atroce rombo. Tendevo l'orecchio per cogliere il suono della gloria, il clangore di tutte le glorie. Tendevo l'orecchio per intendere la voce dei secoli, per ascoltare nei secoli la voce dell'amore, della costanza e della speranza.
L'Angelo che veglia allo spigolo del pilastro, vestito d'una tunica numerosa che non sembra pieghe intorno a una forma, sì raggi intorno a una mente; l'Angelo che porta l ora solare sul suo petto; l'Angelo delle Cattedrali materne era salito a sommo del cielo, si librava fra i due pinnacoli. E l'attimo inevitabile era segnato da lui.