Dopo mi accadde di approssimarmi al tempio sublimato. La sua nuova bellezza mi sopraffece come un apparizione improvvisa. L'incendio era spento, ma le fiamme vigevano come gli spiriti della musica si manifestano nella pausa che segue il suono.
Ella era giovane e integra, perché tutte quelle ferite la confermavano invulnerabile.
Era tutta pura, come quando fu posta nel suolo la prima pietra ed ella viveva sola nell'aria e nella mente del popolo creatore.
I tempi l'avevano caricata di molte cose vane ed estranee; ed ecco, di ogni cosa vana ed estranea ella era monda.
I grandi pilastri parevano esser ritornati alla natura sacra, esser ridivenuti rupi da percuotere per isprigionarne fonti nascoste.
Le vetrate non serbavano se non i neri piombi, come le foglie consunte dall'autunno non serbano se non le nervature; ma i piombi disegnavano imagini di cielo là dov'erano imagini di vetro.
I sette e sette contrafforti mi parevano come ingigantiti dallo sforzo di serrare una vita strapotente e di sollevarla.
La torre incotta dall'arsione aveva il colore che ha la carne dei martiri quando nel martirio trasumana. Pativa e cantava, come i confessori.
E v'era un canto udito e un canto inaudito.
Dinanzi al Battesimo di Clodoveo era deserta la cantoria del Gloria dove i chierici solevano intonar l'inno nella domenica dell'Ulivo. Ma l'occupava non so che aspettazione, quasi visibile come quel drappo che vien disteso nella loggia dove sia per apparire il benedicente o l'annunziatore.