Le voci gettate da un'estremità della prateria verso l'estremità opposta dove il garzone sguinzaglia la coppia, che alle voci parte bruciando il suolo come una doppia fiamma, per alfine gettarsi ai miei piedi e rotolarsi nel verde o solcarlo con la carena acuta del petto. Gli inseguimenti e le scalmane per sedare le risse che separate ricominciano più da discosto; gli sdruci nel fianco, nel collo, nell'orecchia; il frignare del ferito sollevato a due braccia e portato all'infermeria come un bimbo che ha la bua. Il giudizio ansioso dell'ultimo galoppo, alla vigilia della corsa; l'esame minuto dei muscoli, dei tendini, dei piedi, del respiro; le lunghe fregagioni sapienti, stando il levriere fra le mie due gambe, giù pei fasci induriti del dosso fino alle masse formidabili delle cosce, con mani pieghevoli e vigorose, nate a quel mestiere che mal s'impara; e la forza magnetica comunicata a grado a grado, come quella che il gran sonatore comunica alla sensibilità del suo strumento; e l'orgoglio di riconoscere nel campione prediletto la struttura sublime di uno Stradivario, e la gioia di sentirsi quasi il liutaio di quella perfezione viva. I pasti sostanziali di rossa carne trita, data in porzioni esatte, con la mia propria mano abile a non lasciarsi prendere un paio di falangi dalla voracità che ingoia prima con gli occhi e poi con la gola. La visita notturna di banco in banco, il tocco lieve per accertarmi che il tartufo scuro o chiaro del naso sia ghiaccio, segno della tranquilla salute; il rimescolio della paglia compressa; le coperte riassettate, riallacciate; l'esplorazione attenta delle correnti d'aria e delle lanterne sospese; la carezza tenera per l'eletto, con in cuore l'augurio della vittoria.
Scrivi che quivi è perfecta letitia. La sveglia impaziente nel giorno della gara; l'irrequietezza nervosa su i banchi di quelli che già sanno di dover correre perché hanno veduto sospesi alle inferriate i bei mantelli da cerimonia distinti dai tre anelli d'oro e dalle tre frecce d'argento; il governo minuzioso, le fregagioni toniche della miscela bianca, l'esame dei piedi tra dito e dito e il lavamento tiepido; il pasto eccitante e leggero, la breve passeggiata nella corte per la comodità del ventre, una occhiata non vana in memoria degli antichi aruspici. La vestizione dei prescelti, resa difficile dalla loro frenesia, tra il clamore e i lanci disperati dei prigionieri; la cautela nel distribuirli agli allenatori che li pongono dentro le automobili chiuse e li guardano; la gelosia di tutti contro i favoriti che prendo con me nella vettura più comoda. La pena e la tenerezza per il loro continuo tremito, per la loro angoscia, per i loro sguardi ora di belve implacabili ora di cortigiane innamorate. La loro smania di starmi addosso, di insinuarsi dietro la mia schiena, di salire su le mie ginocchia, di alitarmi in faccia a traverso la museruola. La comunicanza profonda, per contatto e per imaginazione, tra la loro generosità e la mia, tra la mia e la loro fiducia, tra la mia e la loro attesa.
Scrivi che quivi è perfecta letitia. L'arrivo sul prato della corsa, la prudenza nel moderare il balzo della discesa, la sbirciata ai rivali, il passo ondoleggiante delle coppie disdegnose sotto l'eleganza principesca dei mantelli d'ottima foggia. La terribilità che a un tratto s'accende nelle pupille dardeggiate, quando appariscono le alte stuoie di paglia ond'è cinto il parco delle lepri d'Ungheria. L'entrata nel ricovero di legno a due scompartimenti, l'un de' quali pieno di uova, di balsami, di droghe, di bevande, di lini, di lane. Il primo suono della campanella, che inaugura la prima gara; il battito concorde dei cuori negli animali a due piedi e in quelli a quattro piedi, divenuti quasi consanguinei; il nome del mio cane gridato dal punto della partenza, ove brilla il panciotto rosso dello sguinzagliatore. Il passaggio solenne del campione lungo la fila dei conoscitori addossati al parapetto del campo; il mio sforzo per serbare un viso tranquillissimo in cima a un ardore e a un'ansietà di gioco che mi travagliano come una passione indomabile; la consegna del favorito all'uomo che gli leva delicatamente la coperta pel verso del pelo, lo sospinge per metterlo a paro del rivale già pronto, lo fascia col sovattolo resistente per meglio trattenerlo al primo escire incerto della lepre sul prato. Poi il precipitarsi della coppia occhiuta e zannuta, a lanci, mal frenata dall'uomo che correndo la regge ancóra; lo scatto del congegno che apre i collari e dà la via agli inseguitori; lo scocco della rapidità, dell'agilità, della ferocia, della bellezza, della morte, di tutto ciò che pone lo spirito della lotta all'apice del mondo. Lo spasimo del mio cuore, la contrattura di tutti i miei nervi, sotto il dominio del mio viso impassibile; il soffio della resistenza e del coraggio, comunicato a traverso lo spazio, dall'immobilità silenziosa; lo sguardo fisso che non abbandona mai né i cani né il giudice né la sorte. Infine la preda afferrata in aria, mentre fa l'ultimo sette; la coda tesa e rigida dell'uccisore, in quel prodigio elastico, usata come il timone del naviglio che vira di gran forza; il gemito leporino, simile al suono di un oboe fesso, nel silenzio dell'aria grigia; l'accorrere verso il vittorioso, col collare, col guinzaglio, col mantello; le prime cure della bocca e della gola piene di sangue e di pelame; le parole del gergo di canile mormorate nell'orecchio eretto e vibrante; il ritorno superbo nel ricovero; l'esame di tutte le membra, fatto in ginocchio; il cordiale dato a cucchiai; il conforto magnetico dato con le palme delle mani e con la dolcezza della voce, nell'attesa della seconda prova.
Scrivi che quivi è perfecta letitia.
Tutte queste cose, o Chiaroviso, o Nontivolio, tornarono a vivere nella mia vita, con gli sforzi, con gli scatti, con i ritmi, con i movimenti bruschi o lievi ch'esse richiedono. Il vigore dell'uomo sano si levò dal languore dell'infermo. Strappata la benda vile, stavo quasi per gridare: «Datemi gli stivali ingrassati! Datemi la frusta lunga! Datemi la pelliccia grigia!» Era un mattino di corse? Un mattino aspro di febbraio? Gli uomini, finita la guerra, riprendevano i giuochi severi? Avevamo noi incettato da padroni, in Ungheria, le grandi lepri rossastre di lunga lena? Il fornimento del nostro parco faceva parte del bottino? M'era giunta una coppia di levrieri illustri per le prossime gare? Chiaroviso e Nontivolio erano i loro nomi? S'italianizzavano anche le glorie del canile da corsa. Buon segno!
O amica, metta anche questo fra i miei sogni d'infermo che solevo trascrivere nel buio sopra le strette liste di carta sibilline, non senza qualche sorriso nel supplizio. Voi, e la vostra svelta compagna Nontivolio, mi recavate non soltanto i ricordi di Dama Rosa, ma l'alito di Roma ripalpitante nell'anniversario purpureo, ma l'odore antico e novo di Villa Medici, di Villa d'Este, di Villa Mondragone, ma sul fondo degli orti e dei ruderi laziali le vostre imagini di cacciatrici disegnate alla Fontana Beliò da Benvenuto.
Viaggio di alleate, pellegrinaggio di riconoscimento e di testimonianza, voto d'amore e promessa di fedeltà, fresca ricerca di armonie. Ecco Chiaroviso che, in veste bianca e succinta, poggia il braccio sul margine d'una fontana di Villa Torlonia; la quale per la grazia di quel gesto le appartiene. Ecco Nontivolio che, nella Villa Adriana, lungo la sublime nudità di un muro, lascia trascorrere la sua spedita eleganza emula di quella propria delle danzatrici negli stucchi delle Terme. Ecco Chiaroviso che, quivi, con una tunica liscia orlata di greche, allarga le braccia in un intercolunnio e tocca con la punta delle mani tese l'una e l'altra colonna striata, sapendo come la liscezza della sua veste convenga al valore delle scanalature. Ecco Nontivolio, che sa con la voluta dei suoi capelli contornare i suoi occhi glauchi a ricordo di Atena quando si poneva in capo l'elmetto chiamato aulopide dai Greci, eccola nella Villa del Belvedere, contro la balaustrata di travertino, intenta a contemplare l'Agro sino al Tirreno, e i Monti di Tivoli e la Sabina e il Soratte d'Orazio. Ecco Chiaroviso che, ponendo il suo piede arcuato sul nono gradino del Teatro di Tuscolo, mormora il più melodioso tra i versi della divina Berenice.
O suore di Francia, in ognuno di quei luoghi indimenticabili voi vi accordaste facilmente col loro genio e sapeste comporre un'armonia latina, come io non mi sentii straniero — nei giorni del ferro e del fuoco — a Soissons, a Reims, a Senlis, a Chantilly, tra le foreste e le correnti del Vallese. La grazia di Silvia, l'ombra di Maria Felicia Orsina, vi accompagnava tra le statue e le vasche delle ville romane. E certo con voi ella ripassò le Alpi e se ne tornò nella sua casa a specchio dello stagno, e forse ora séguita a gettar l'amo nelle acque chete del vivaio, stando fra le sue donne, col suo cervo bianco giacente ai suoi piedi, «Legato son perch'io stesso mi strinsi.»
Sopraggiunte nella intenebrata Venezia di guerra, nella Venezia delle altane munite, non più tenuta desta dalle canzoni voganti ma dal grido delle vedette in guato su i colmigni, voi sembraste subito vivere nella sua ombra indicibile come nell'elemento stesso della vostra eleganza; ne faceste il vostro mantello e la vostra bautta, con una invenzione estemporanea che stupì e forse indispettì le più studiose frequentatrici del Liston.