Udivamo il fresco strepito della marea contro le rive levigate, misterioso ed esultante come lo strepito del disgelo primaverile nell'alpe, come la sinfonia remota e prossima che odono i navigatori polari quando il settentrione si disghiaccia. Era una gioia delle vene, un giubilo dei polsi, prima che dell'anima. Il crescente portava seco e travolgeva le stelle, mutando le costellazioni in infusorii, la Via lattea in fosforescenza. Alzavamo la fronte per riconoscere il vero cielo. Era il vespro? era l'alba? Veniva da occidente, veniva da oriente quel chiarore?
Innamorata del pallido crepuscolo, la notte lo aveva preso nelle sue braccia per non lasciarlo morire; e vivo da occidente lo traslatava a oriente, fra il tremore attonito degli astri. A quando a quando si soffermava ella per rimirarlo o per baciarlo; e nell'abbandono lasciava cadere alcuno dei suoi veli costellati nel flusso che li rapiva per non più renderli.
Avevamo dunque dimenticato il sangue? il bulicame che non resta mai? quell'altra marea che sempre monta e che per istelle travolge gli eroi?
Riudivo su la città anadiomene l'allarme della sirena sinistra, il colpo di cannone annunziante l'incursione celeste, il fragore delle altane lampeggianti come torri di navi in battaglia. E mi ritornava di lontano l'ambascia che mi prese sul ciglione della strada ingombra di ambulanze laggiù, nella signoria di Clodoveo, quando vidi mozzare la guglia di San Giovanni della Vigna.
«Dove andiamo?» Sorgeva in noi un pensiero concorde. L'alpe scheggiata di Trento, le colline sfigurate di Verdun si levavano sopra ogni bellezza, di là da ogni armonia. Il sentimento della lontananza ci affaticava come un affanno implacabile. Non avevamo dentro al petto se non la piaga fumante della patria. Lo sguardo fraterno mi rendeva la mia fascia e la mia benda più care di ogni lauro. «Dove andiamo?»
Non era più un passo di nottambuli oziosi il nostro, ma diveniva rapido e diretto a una meta. Passavamo quasi a tentoni le calli strette, i sottoportici bassi, i piccoli ponti erti. Non vedevamo più le stelle ma i rari fanali azzurri incappellati. L'ombra non era più di velluto ma di non so che incerto e incognito. La notte non portava più su le braccia il dolce crepuscolo ma il destino di ferro.
Ci arrestammo davanti a una grande porta nera che lasciava passare un poco di lume tra i battenti socchiusi. Salimmo i gradini, penetrammo nel vestibolo. Fiutammo l'odore della carta umida, dei caratteri di piombo, delle macchine rotanti: l'odore elettrico, l'odore febrile del giornale che scrivono compongono stampano gli insonni. Nel fondo, a traverso una inferriata, apparivano le facce smorte e sudaticce dei tipografi chini su le cassette, attenti al gesto ripetuto, sotto i crudi riverberi. Contro una parete era una sorta di armadio enorme rafforzato di chiodi a gran capocchia, come una postierla. Su e giù per una scala d'ampiezza patrizia salivano e scendevano uomini frettolosi come se dovessero consegnare i loro fogli a staffette che li attendessero. V'era là quasi un riflesso della guerra lontana.
«Il bollettino di Cadorna! Il bollettino di Joffre!» Quale doveva esser letto prima? Non era soltanto la guerra d'Italia, non era soltanto la guerra di Francia. Era la lotta suprema dei Latini contro i Germani. Era lo sforzo di Roma e di tutti i suoi secoli. Su ogni altra fronte la battaglia pareva sospesa, quasi che il mondo volesse assistere in silenzio alla meravigliosa vicenda. Italia! Francia! Eravamo pallidi nel contenere il nostro fremito. A Coni Zugna, al Passo di Buole gli Italiani avevano sterminato le colonne nemiche respingendo l'assalto. Le pendici boreali di Douaumont erano rialzate da cataste di cadaveri tedeschi, massicce come contrafforti, che i combattenti scalavano per venire a corpo a corpo su le creste dei carnai.
Escimmo nel buio. Vacillavo sopra il primo gradino, come cieco delle due pupille. Mi guidò leggermente la vostra mano di sorella. E sentii quanto di fierezza era nella vostra gentilezza.
Mi sembrò che per voi, Chiaroviso, il rimatore senese avesse cantato: