Mi guardo dentro; e confesso che quella qualità di pace, quella pura tempra interna, rivelatami dalla presenza di quel giovine amico, non mi fu concessa, benché io mi sforzi di osservare la disciplina utile a conseguirla.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Dov'è la pace, non può essere l'ebrezza. Non si può dire che vi sia vero silenzio in quello spirito che il levame lirico solleva e infervora di continuo. È necessaria una certa nudità interiore, l'assenza delle imagini e delle melodie, perché l'anima imiti quella trasparenza dell'alba «dove il giorno e la notte si confondono».

Ma, poiché la divinazione di una trasparenza tanto perfetta mi rapisce, io cerco il modo di accostarmi a quello stato che mi sembra oggi il più alto per colui che vuol donare tutto sé stesso, per il volontario della sua propria libertà.

Dal momento in cui quel giovine [Paolo Stivanello caduto nel Carso il 9 agosto 1916] si rizzò in piedi e prese commiato per andare a vivere come si va a morire, per andare a morire come si va a vivere, la mia aspirazione lo segue. Quando udii la porta richiudersi dietro di lui, stetti in ascolto. Il suo passo tranquillo risonava nella calle stretta allontanandosi. Nondimeno egli mi appariva in un modo misterioso, riempiendomi di fremito e d'anelito.

Si pecca per ardore, anche incontro alla morte. Considero le trasformazioni del «pensiero dominante», da che stette su me, dal principio di un esilio che fu per me una specie di trapasso. Non pace ma ansietà; non fermezza ma ebrezza; non silenzio ma clamore. Il sangue sgorgante dal corpo ignudo del mio Sebastiano aveva per lui medesimo la forza del vino fumoso. Il ritmo del suo canto era come il polso della mia febbre. Per essere a sé il suo cielo, egli voleva le sue ferite innumerevoli come gli astri. Era di sé martire e testimone. I suoi uccisori gli erano specchio. Egli medesimo era l'uccisore e l'ucciso, il saettatore e il saettato. Cangiava la morte in voluttà, guardandola. Gli arcieri, ogni volta che lo ferivano, morivano in lui; ed egli in loro moriva. Per dire il suo rapimento nella morte, imitava il furore della vita.

Come dissimile a quel giovine combattente dell'Alpe!

Forse qualche vampa di quell'antica febbre risorgeva in me, o Chiaroviso, quando vi parlavo della morte lungo la bella riva. Ritornava nel mio sangue l'appassionato aroma della Landa che versa la resina dalle mille e mille piaghe dei suoi tronchi morituri. E forse fu la consueta smania di liberazione, o una subitanea curiosità di confronto, quella che mi spinse a condurre verso la figura del martire inebriato due compagne non immemori di quel che già fui e di quel che già mi piacque.


Il domani della sosta nell'orto di Tomaso Contarini, approdammo a quella casa dei Contarini che fu dipinta e dorata da Zuane de Franza. Passava un canotto veloce, di legno bruno levigato e leggero come quello d'un contrabbasso, con a poppa un Ammiraglio canuto, blu e oro, figura di cera in una custodia di vetro.

I due filoni della scìa propagarono l'onda alle due rive del canale pieno. Dall'improvviso rimescolamento la gondola stava per essere sbattuta contro i gradini di marmo, quando col remo abile il gondoliere tranquillo la distaccò e la tenne discosta. Il fondo piatto diede tre o quattro colpi su l'acqua come la spatola di Arlecchino. Poi rimanemmo qualche minuto a danzare tra onda e onda, ber una nuova scìa lasciata da un battello nell'accostarsi al pontile vicino. E tutta la vita fu una cosa vana, fluttuante e inesplicabile. I pensieri si alleggerirono e si dispersero. I sentimenti non ebbero più alcun peso. Un sorriso eguale s'indugiò nella bocca delle due donne, il sorriso fisso e dipinto delle statue arcaiche dalle molte trecce, mentre s'attendeva che la danza terminasse. Le liste corrose del marmo di Verona brillarono nel portico quasi che la salsedine vi avesse incrostato cristalli di sale e schegge di conchiglie. Lo sciacquìo orlò di bava i gradini gialli come l'avorio dei dittici. Il palagio traforato ci pendeva sul capo come fatto di refe da una Buranella malaticcia e paziente che tuttavia vi lavorasse di sul tetto con le sue mani da dogaressa. Anche le qualità della materia si trasmutavano come le facce della mente. Non sapevo più nulla, e non v'era più nulla, fuorché maniere di dire, figure di musica, ambagi di linee. Non sapevo perché fossi là e non altrove, non in cima a una piramide, non dentro a un labirinto. Era come una dispersione attonita, come un annullamento stupefatto. Quel legno cavo e nero danzava sul nulla; e i colpi della spatola di Arlecchino risonavano a quando a quando nel vuoto dell'anima. Alfine mettemmo il piede su la pietra ferma. Avemmo il passo cauto, come dopo una vertigine. Aspettammo davanti a una porta che non si apriva. Il passato esiste? Tornavo a quella porta dopo vent'anni. Vedevo, a traverso il battente, nella sala terrena, me chino, con Giorgio Franchetti e con Angelo Conti, me in ginocchio come un operaio a commettere nello stucco porfidi e serpentini per rifare il pavimento di musaico.